mercoledì 24 dicembre 2008

domenica 14 dicembre 2008

Le banche e il web 2.0


Mi piacerebbe poter scrivere che IBM si è ispirata a noi ... ma purtroppo, essenzialmente per ragioni geografiche, non è vero: pochi giorni fa l'IBM Institute for Business Value ha pubblicato un rapporto dal titolo non troppo felice (Undressing in public: Harnessing the power of Web 2.0 to rebuild trust in banking) ma dal contenuto totalmente allineato all'offerta di Reputation Manager.

Le banche sono da sempre attive su web: l'internet banking è uno strumento ormai irrinunciabile per privati ed aziende; esse però, per dirla con uno slogan, sono ancora completamente 1.0.
In questo modo prima di tutto rischiano di gettare al vento una fetta consistente degli investimenti di marketing che devono fare per riguadagnarsi la fiducia dei clienti al termine (per loro) della crisi che le ha travolte.

Ma non è finita: il web collaborativo sta modificando anche il panorama finanziario e mostrando che il ruolo di intermediazione ed indirizzo, da sempre svolto dalle istituzioni bancarie, può essere svolto anche diversamente. E non solo: con maggiore efficienza e trasparenza di quella mostrata dagli operatori cosiddetti professionali!

Il rapporto di IBM cita due esempi:


  • Il fenomeno, già presente e conosciuto anche in Italia, del person to person lending: si tratta di comunità e/o marketplace che mettono in contatto chi richiede un prestito e chi ha capitale da investire. Senza (o quasi) intermediazione, con meccanismi d valutazione trasparenti ed efficienti. In Italia è presente Zopa.

  • Le comunità che offrono consigli e supporto in ambito finanziario: in questo periodo, ad es., come ridurre le proprie spese. Quella più importante, in America, è Wesabe che ha più di 100.000 membri, le raccomandazioni dei quali sono sicuramente più disinteressate (nonchè ad ampio spettro) di quelle del consulente finanziario "di fiducia".

lunedì 1 dicembre 2008

W l'IVA


Credo di non essere l'unica persona in Italia che solo 3 o 4 giorni fa ha scoperto che all'abbonamento della tv satellitare si applica l'aliquota IVA ridotta al 10%.
Per carità, non c'è da stupirsi di niente e sicuramente la tv satellitare è in buona compagnia: per chi vuole farsi una cultura, la tabella A del Testo Unico IVA contiene l'elenco dei beni e servizi assogettati all'aliquota del 10%: a parte gli alimentari (frutta e verdura sono adirittura al 4%), l'energia, il turismo e la ristorazione, per i quali la logica è quella di non gravare sui consumatori, e le ristrutturazioni di immobili ci sono alcune perle.

Sembrerebbe l'elargizione di regalini qua e là:


  • contratti di scrittura connessi con gli spettacoli teatrali

  • Spettacoli teatrali ecc.

  • francobolli da collezione e collezioni di francobolli

  • oggetti d'arte, di antiquariato

E allora, perchè non facciamo una bella petizione online per l'aliquota IVA ridotta sull'accesso a Internet? Questo sì che ridurrebbe i costi delle famiglie e farebbe bene non solo all'economia ma anche al cervello!


Beppe Grillo dove sei? Non mi sembra che non si possa fare a meno delle partite via satellite ...


Invece, ridurre da 32 € a 29 € al mese il costo dell'ADSL (sono i numeri della mia bolletta) sarebbe decisamente più utile!


domenica 16 novembre 2008

Reputation Manager allo IAB Forum 2008


La settimana scorsa a Milano si è tenuto l'annuale appuntamento di Interactive Advertising Bureau, il forum del marketing digitale interattivo. In sintesi, si prevede per il 2009 un significativo rallentamento della spesa complessiva in advertising; le aziende però faranno maggiore uso di internet, grazie all'interattività, alla possibilità di effettuare campagne mirate selezionando il target di riferimento con precisione e all'immediatezza di misurazione dei risultati: si prevede infatti un +20%.

Il Web 2.0 e gli User Generated Content giocano un ruolo fondamentale in questo quadro e di conseguenza la possibilità di rilevare con precisione e continuità le opinioni dei navigatori è ritenuta fondamentale. Abbinato agli interventi e alle presentazioni ed ai dibattiti, vi era anche uno spazio espositivo in cui gli operatori del settore proponevano servizi e soluzioni.
Anche noi, per la prima volta, abbiamo esposto il nostro Reputation Manger e l'interesse è stato veramente tanto, sia da parte delle aziende - utilizzatori finali del servizio - sia delle agenzie di marketing e comunicazione che possono trovare una risposta alle esigenze dei clienti.


Un anno fa, presentanto Reputation Manager, bisognava spiegare la differenza tra l'analisi del web e la rassegna stampa; oggi il mercato è più maturo e consapevole della necessità di misurare la reputazione aziendale online: sicuramente un buon auspicio per il 2009.

sabato 1 novembre 2008

In Italia il futuro del Web 2.0 è ... la censura?


Sono un po' in ritardo con i feed e quindi solo oggi mi sono accorto di una notizia che, purtroppo ovviamente, al di fuori del web è passata completamente sotto silenzio.
Il 17 ottobre Punto Informatico ha pubblicato un articolo in cui si dà notizia che a seguito di una decisione del Tribunale di Milano i provider internet italiani sono stati costretti ad inibire l'accesso a due siti e-commerce di sigarette.
L'associazione dei Provider ha fatto ricorso (Punto Informatico), Daniele Minotti, avvocato che si occupa di diritto penale dell’informatica e diritto delle nuove tecnologie, ha messo a disposizione una richiesta di riesame da presentare a qualunque Giudice di Pace (i termini sono ormai scaduti però).

Dopo la pedopornografia, i siti di giochi d'azzardo non autorizzati, il videgioco contro la chiesa, siamo adesso alle sigarette.
E' ovvio che in questo caso, come peraltro per il gioco d'azzardo, l'intento non è moralistico ma puramente economico: lo stato perderebbe il ricco incasso delle accise.

La soluzione però non può essere quella della censura! A chi toccherà dopo? Chi decide che cosa è lecito e che cosa non lo è?
La rete è ormai fatta dagli utenti e nel nostro paese si cerca di bloccarla come in Cina, Iran, ecc.?

Per fortuna, ancora una volta la tecnologia ci salverà: i nostri geronto-burocrati ignoranti non hanno capito che i confini territoriali nel mondo virtuale hanno poco senso: mai sentito parlare di Open-dns?
A proposito, non sarebbe invece meglio far funzionare le dogane ed intercettare le stecche di sigarette, questi sì fisiche, che vengono spedite agli acquirenti?

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lunedì 20 ottobre 2008

"C'è grossa crisi"


Ormai solo di questo si legge e si sente parlare ... non potevo esimermi dall'affrontare l'argomento.
Il tiolo però è una citazione di Corrado Guzzanti che in tempi non sospetti offriva come soluzione la religione di Quelo.


Che possiamo fare invece noi comuni mortali e piccole aziende per sopravvivere? Ricordarci i fondamentali (qualità e servizio al cliente) senza rinunciare all'attività commerciale e alla ricerca e sviluppo ...

Facile? In alternativa non ci resta che Quelo!

domenica 5 ottobre 2008

Ancora sulle differenze tra uomini e donne in azienda


E' appena uscito un libro che, nell'intento degli autori, si propone di applicare praticamente le differenze esistenti tra cervello maschile e femminile a tutti gli aspetti della vita aziendale: dal comfort dell'ambiente di lavoro, al vantaggio competitivo ai risultati economici: Leadership and the Sexes: Using Gender Science to Create Success in Business .
E' risaputo che uomini e donne hanno stili di leadership diversi: gli uomini sono normalmente più direttivi e impositivi mentre le donne hanno un atteggiamento democratico e partecipativo: nella recensione che Tom Peters fa del libro(M-F Leadership Styles, Effectiveness of) viene citato un esperimento televisivo - sembrerebbe del tipo "Isola dei famosi" o altri simili reality show - che dimostra come lo stile partecipativo possa produrre risultati migliori di quello direttivo ed è interessante notare che nel corso del test i commentatori (esperti di consulenza aziendale quasi tutti uomini) fossero estremamente scettici della possibilità di raggiungere l'obiettivo assegnato mediante questo "disordine creativo".

Le gerarchie aziendali sono ancora in massima parte dominate dagli uomini, e da uomini che pensano di essere superiori alle donne: uno studio pubblicato in settembre nel Journal of Applied Psychology paragona gli stipendi di uomini e donne (a parità di livello di carriera, livello di studio e ore lavorate) e conclude che a guadagnare significativamente più degli altri sono gli uomini che hanno visione tradizionale delle donne: non vi sembrano essere invece particolari differenze tra uomini con una visione egualitaria del rapporto tra i sessi e donne (sia quelle con una visione tradizionale che quelle con una visione egualitaria).


Per chi come me ha una visione egualitaria, non resta che comprare il libro per avere un vantaggio competitivo nei confronti dei tradizionalisti e cercare di ridurre il gap economico.

sabato 20 settembre 2008

Dati a rischio


La settimana scorsa è stata pubblicata l'ultima analisi sulla sicurezza informatica secondo cui oltre il 90% delle aziende ritiene che il Cybercrimine sia un grave rischio: più del 70% dei responsabili IT e della sicurezza temono il furto di dati, mentre i problemi connessi alle infezioni da virus sono meno importanti.
A rimarcare quanto sopra, è di questa settimana la notizia della violazione da parte degli hacker della email privata della candidata repubblicana alla vicepresidenza americana Sarah Palin e della banale semplicità con cui è stato fatto, raccogliendo in rete le risposte alle domande di verifica a cui bisogna rispondere su Yahoo per resettare la password dimenticata.

Non tutti i casi di social engineering sono così semplici: la ricerca di informazioni relative a persone meno pubbliche richiede qualche sforzo in più, ma i telefilm polizieschi insegnano che basta qualche piccola astuzia e un telefono oltre al computer.


Il problema è decisamente grave ed anche complesso e di difficile soluzione.

Nei corsi sui sistemi informativi che qualche volta tengo, insegno che l'informazione - essendo immateriale - è difficile da proteggere: non esiste una cassaforte come per i soldi. Peraltro, ormai anche i soldi sono immateriali, per cui si salvi chi può.

lunedì 8 settembre 2008

Quello che non ti insegnano


Nel mondo delle start-up tecnologiche della Silicon Valley, ma non solo, Guy Kawasaky è un personaggio di spicco. Questa brevissima lista di 5 cose imparate sul campo lo dimostra ancora una volta.


  1. Puntare al Cash Flow. Non è l'utile - magari ottenuto grazie agli ammortamenti - che tiene in piedi le aziende, ma il cash flow. E quindi, vendere vendere vendere: solo così si pagano gli stipendi.

  2. Non cercare di fare un big bang, ma tanti piccoli passi. Non si finirà sui giornali (solo gli eventi molto rari fanno notizia), ma piano piano l'azienda procederà, i prodotti matureranno, i clienti aumenteranno.

  3. Saper osare. La fortuna aiuta gli audaci, per cui bisogna sperimentare cose nuove. D'altro canto, esistono stupidi fortunati che hanno successo, ma questa è un'altra storia.

  4. Ignorare gli stronzi. Dare retta a quelli che sputano sentenza, criticano sempre tutto e si attaccano al carro del vincitore fa solo perdere tempo ed occasioni.

  5. Non chiedere a qualcuno di fare ciò che non si vorrebbe fare in prima persona. Ad un cliente, di compilare 5 pagine prima di registrarsi sul sito; ad un collaboratore di lavorare 100 ore di fila. Solo così si può essere apprezzati da clienti e collaboratori.

domenica 31 agosto 2008

La catena di montaggio globale dell'informazione

Sulla scia dei successi giapponesi, a cavallo tra gli anni 80 e 90 si pensava che la fabbrica automatica (una catena di montaggio completamente robotizzata senza quasi intervento umano) sarebbe stato il modello vincente della produzione industriale. Nel giro di pochi anni, però, ci si rese conto che la complessità ed il costo necessari per sostituire alcune attività umane rendevano di fatto inapplicabile il modello totalmente automatico: oggi si utilizzano sistemi ibridi, in cui le operai e macchine si dividono il lavoro. In parte la suddivisione è scontata: all'uomo la supervisione e ai robot le attività più pesanti e/o pericolose; ma in parte no: attività di semplice manipolazione e assemblaggio o trasporto sono effettuate dagli operai sotto la direzione di sistemi informativi (è il limite dell'intelligenza artificiale: attività alla portata di un bambino sono impossibili per un computer).

Dieci anni dopo, nel mondo dell'informazione le cose non sono cambiate: esistono attività automatiche (trasmissione e raccolta di grandi moli di dati) ed attività umane (analisi, interpretazione e sintesi). Esistono anche catene di montaggio in cui persone lavorano sotto la direzione delle macchine svolgendo compiti "di basso livello" ma fuori dalla portata dei computer.

Come succede spesso e volentieri, questi fenomeni in prima battuta si manifestano al di fuori dell'Economia con la "E" maiuscola, nell'area grigia a cavallo tra legalità e illegalità. La globalizzazione, poi, offre un grande bacino di mano d'opera (forse sarebbe meglio testa d'opera in questi casi) a costo così basso da rendere assolutamente non competitiva l'applicazione di modelli maggiormente automatici.


Negli ultimi 12-24 mesi, ad esempio, si è sviluppata una fiorente industria legata alla soluzione dei CAPTCHA.

Con l'acronimo inglese CAPTCHA (http://it.wikipedia.org/wiki/CAPTCHA) si denota un test fatto di una o più domande e risposte per determinare se l'utente sia un umano (e non un computer). L'acronimo deriva dall'inglese "completely automated public Turing test to tell computers and humans apart" ( test di Turing pubblico e completamente automatico per distinguere computer e umani). Nella pratica, si richiede ad un utente di scrivere quali siano le lettere o numeri presenti in una sequenza che appare distorta o offuscata sullo schermo per completare l'iscrizione ad un servizio di mail (gmail, hotmail, ...) o di social network (facebook, ...) o per acquisire dati relativi ad sito (whois).

L'obiettivo è impedire agli spammer di registrare automaticamente grandi volumi di account mediante l'utilizzo di bot.

Come funziona la catena di montaggio creata dagli spammer? I bot compilano automaticamente la pagina di registrazione e trasmettono il CAPTCHA da risolvere ad operatori umani che, nell'arco di pochi secondi, restituiscono la risposta in modo che il programma possa completare la procedura e possa così disporre di un nuovo account.

Esistono decine di aziende, con centinaia di persone - prevalentemente in India e Pakistan - che svolgono questa attività per pochi soldi: mediamente $2 per la soluzione di 1000 CAPTCHA (http://blogs.zdnet.com/security/?p=1835).

Se non fosse per l'effetto devastante sulle nostre caselle di mail, non resterebbe che ammirare questo sistema.

mercoledì 13 agosto 2008

Perchè il prezzo del petrolio e, soprattutto, quello della benzina sono così alti?

OPEC net oil export revenues for 1972-2007Image via Wikipedia

Qualche settimana fa wired.com ha pubblicato un articolo che cerca di riassumere e fare chiarezza sui reali motivi che stanno alla base degli altissimi prezzi della benzina (e del petrolio).


I diversi attori interessati, ovviamente, hanno punti di vista molto diversi:

  • Le compagnie petrolifere sostengono che il mercato è regolato dalla legge della domanda e dell'offerta nella sua forma più semplice
  • I loro sostenitori politici suggeriscono di aumentare l'offerta permettendo l'estrazione dai giacimenti delle aree costiere protette
  • I governi occidentali pensano che l'OPEC debba aumentare la produzione
  • L'Arabia Saudita e gli altri Paesi produttori sostengono che la loro produzione sia più che sufficiente e che siano le speculazioni occidentali sui future a mantenere alti i prezzi
  • A seconda dello schieramento politico e del Paese, i politici propongono di ridurre o di aumentare le tasse sulle società petrolifere

La realtà, già da qualche anno sotto gli occhi di chi avesse voluto verificarla, è che le grandi compagnie petrolifere approfittano di questo momento particolare per massimizzare i ricavi senza effettuare nuovi investimenti, né in R&S né in capacità produttiva e distributiva (raffinerie, ecc.). Exxon Mobil, ad es., in un anno di profitti record ha investito in esplorazione solo il 5,3% del proprio fatturato, la metà di quanto speso per ricomprare azioni proprie.

Il motivo di questi comportamenti è da ricercare in massima parte nel fatto che le grandi aziende petrolifere ritengono di essere vicine al massimo della curva di produzione: tra non molti anni (2020 ?) il loro fatturato inizierà a declinare per l'aumento dei costi della materia prima e per l'avvento di fonti energetiche sostitutive finalmente convenienti. Di conseguenza, esse puntano oggi a massimizzare i profitti nel breve termine invece che a creare opportunità di lungo respiro.

Per quanto riguarda il prezzo della benzina, poi, le compagnie hanno amplissimo margine di guadagno: il prezzo alla pompa è legato al prezzo spot corrente, cioè a quanto occorre pagare per acquistare benzina all'ingrosso sul mercato libero. Si tratta dell'ultimo prezzo e quindi la differenza legata agli effettivi costi dello stock può essere veramente grande.

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sabato 5 luglio 2008

Il 150° anniversario della teoria dell'evoluzione


Il 1 luglio 1858 è ricorso il 150° anniversario della prima pubblicazione della teoria dell'evoluzione da parte di Charles Darwin: quel giorno, infatti, fu letto alla Linnaean Society of London un paper scritto congiuntamente da Darwin e Wallace.
Wallace, oggi sconosciuto ai non addetti ai lavori, era un giovane scienziato che, parallelamente e indipendentemente da Darwin, era giunto ad alcune delle sue stesse conclusioni ed aveva inviato a Darwin un breve lavoro perchè lo rivedesse e lo raccomandasse.
Darwin da quasi 20 anni stava lavorando alla propria teoria e nel 1859 pubblicò, in una sintesi di un volume, il lavoro che ha per sempre cambiato la biologia moderna: On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life.

E' curioso che sia Darwin che Wallace danno credito a Malthus, un economista, dell'idea che sta alla base della selezione naturale: in Population, scritto nel 1798, Malthus osserva che l'aumento della popolazione è limitato dal fatto che in ogni generazione non tutti gli individui sopravvivono fino a riprodursi. In termini darwiniani ciò si traduce nella morte del debole e nella sopravvivenza del più adatto ("survival of the fittest").

Nè Darwin nè Wallace, però, avevano capito il meccanismo con cui le caratteristiche vincenti si trasmettono da una generazione all'altra: la spiegazione di questo fatto si deve a Mendel (un monaco Austriaco) che già nel 1856 aveva pubblicato il risultato dei suoi studi sull'ibridazione dei fagioli con la scoperta delle caratteristiche genetiche dominanti e recessive. Questo lavoro rimase però praticamente sconosciuto fino al 1900 quando fu riscoperto e correttamente considerato come la tessera mancante del puzzle darwiniano.

(Traduzione e sintesi da Randy Alfred, Wired) .

Zemanta Pixie

domenica 29 giugno 2008

La morte (prematura?) del metodo scientifico


"Il metodo scientifico è la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esso consiste, da una parte, nella raccolta di evidenza empirica e misurabile attraverso l'osservazione e l'esperimento; dall'altra, nella formulazione di ipotesi e teorie da sottoporre nuovamente al vaglio dell'esperimento" (http://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_scientifico).

Ciclicamente qualcuno, di solito non uno scienziato, propone la sostituzione del metodo scientifico con qualcosa di nuovo. Oggi tocca a Chris Anderson, su Wired, con l'affermazione che è ormai possibile analizzare i dati - quantità enormi di dati - senza avere un modello di riferimento da validare ma, al contrario, cercando correlazioni e soluzioni partendo dal basso. Chi è il maggiore esponente di questo nuovo modus operandi? ovviamento Google con la sua enorme capacità di catalogazione e analisi.

La tesi di Anderson pecca un po' di ingenuità e rientra nel filone del superamento della scienza: non a caso ha dato vita ad un ampio dibattito.
La risposta più seria mi sembra quella del genetista John Timmer su Ars Technica: quello proposto da Anderson non è altro che un tipo particolare di modello data-intensive che cerca di trovare correlazioni sfruttando l'enorme capacità di calcolo oggi disponibile; insomma, l'analisi bottom-up si affianca, ma non si sostituisce certo, a quella top-down.

lunedì 23 giugno 2008

Googlebombing e Googlecleaning


Ormai non è una novità: internet è uno strumento fondamentale per la campagna elettorale americana; ciascun candidato ha una forte presenza online e supporter più o meno corretti compiono azioni di disturbo.
L'ultima notizia, di ieri, è è il googlebombing ai danni di John McCain: la pagina dei risultati di ricerca dà risalto a 9 articoli estremamente negativi pr il senatore in un meccanismo di feedback che sfrutta le regole di funzionamento del motore di ricerca (Blogger Launches 'Google Bomb' At McCain ).

Il googlebombing non è certo una novità in politica: nel 2004 ne è stato vittima anche Berlusconi; la campagna elettorale americana, però, può essere considerata una versione potenziata ed accelerata di una campagna marketing normale (tempi più ristretti, budget maggiori, brand da costruire a partire da zero o quasi): quello che vediamo succedere qui, domani diventerà strumento per i prodotti consumer.

Ed ecco, allora, che il googlebombing ed il suo contrario googlecleaning (far sparire dalle prime pagine dei risultati del motore di ricerca le notizie "scomode" sopravanzandole con link a siti favorevoli) entrano a far parte delle tecniche standard di marketing.
Anche in Italia e non solo in America: ce ne stiamo accorgendo nell'attività quotidiana.

domenica 15 giugno 2008

200 $ al barile


Il petrolio aumenta quasi ogni giorno. La benzina e il gasolio ancora di più spesso ...

I costi di trasporto, ma anche quelli di produzione, salgono alle stelle: qual'è l'impatto sulle aziende?

Produttività ed efficienza delle aziende italiane sono mediamente piuttosto basse: in linea teorica ci sarebbe quindi ampio spazio per compensare l'aumento dei costi di trasporto e delle materie prime mediante la riduzione di altre inefficienze. In pratica, però, le cose sono ben diverse.

Il deficit di produttività deriva dalla scarsa cultura organizzativa, dalla mancanza di sistemi informativi in grado di automatizzare e razionalizzare i processi, dall'assenza di strumenti di valutazione e di gestione manageriale. Sono tutti aspetti che richiedono tempi lunghi perchè progetti di innovazione possano ottenere risultati; e quel che è peggio, richiedono anche investimenti, cioè ulteriori costi.

Rischia quindi di prodursi una spirale negativa: i costi aumentano, ma perchè nel medio - lungo possano diminuire nel breve dovrebbero aumentare ancora di più: i soldi non ci sono e quindi nulla si riesce a fare ...


La teoria del project management vuole che in qualunque progetto, soprattutto se di lungo respiro, si debbano prevedere iniziative immediate che nel minimo tempo possibile siano in grado di portare risultati e benefici con cui finanziare l'intero programma: in gergo si chiamano quick wins.

E allora, quali possono essere i quick wins delle aziende strette nella morsa dei costi crescenti di produzione e distribuzione?

Ovviamente, non esiste la ricetta valida per tutti nè la bacchetta magica per metterla in pratica, ma praticamente sempre l'area logistica è quella più malmessa: unito al fatto che oggi è anche quella in cui i costi crescono maggiormente, ne fà il candidato naturale per la ricerca di "facili" economie:


  • razionalizzazione dei trasporti

  • riduzione degli stock

  • riduzione delle differenze inventariali

  • aumento del livello di servizio ai clienti, con la conseguente riduzione delle inefficienze legate alla gestione delle non coformità (resi, rimborsi, contestazioni, rilavorazioni, ...)

domenica 8 giugno 2008

WearIT@Work


Questa settimana ho partecipato per la prima volta ad un meeting del progetto di ricerca WearITatWork finanziato dall'Unione Europea a cui ActValue partecipa.

Il tema del progetto è il wearable computing e, dopo quasi 4 anni di attività, il progetto ha prodotto prototipi HW e SW in varie aree: produzione e manutenzione industriale, sanità, emergenza e soccorso. Nel nostro piccolo, abbiamo realizzato un'applicazione pre-commerciale a cavallo tra wearable e mobile per la prevenzione ed il monitoraggio degli incendi.


Al meeting erano presenti oltre 50 persone di diversi Paesi, per la maggior parte impegnate nella Ricerca & Sviluppo, qualche universitario e una minoranza di professionisti normalmente più vicini all'utente finale (tra i quali mi annovero).


Le considerazioni che posso trarre da questa esperienza, che spero di poter ripetere, sono diverse:


  • La ricerca è lunga e difficile: dopo quasi 4 anni, gli hardware realizzati (sensori, display, ...) sono ancora niente più che prototipi; alcuni di essi verranno ingegnerizzati dalle singole aziende e, tra un paio di anni almeno, potranno trovare applicazione commerciale.

  • Nel campo del software, invece, 4 anni sono un'era geologica e tutto è cambiato: in particolare ho avuto l'impressione che il modello collaborativo adottato per lo sviluppo sia ampiamente sorpassato da quello open source, affermatosi più di recente rispetto all'idezione del progetto.

  • Obiettivi ed interessi di chi vive essenzialmente di ricerca e di chi invece opera sul mercato commerciale sono molto diversi, difficilmente compatibili e spesso vi sono anche problemi di comunicabilità; il confronto e la collaborazione credo sia però fondamentale per entrambi gli schieramenti: una parte può imparare un po' di concretezza e time-to-market, mentre l'altra ha bisogno di vision e lungo respiro.

  • Dei 39 partner di progetto, 7 sono italiani: mi sembra una buona partecipazione per la nostra bistrattata R&S (manca però completamente la presenza universitaria); e sicuramente l'obiettivo della UE di creare relazioni tra persone / aziende dei diversi Paesi è centrato.

domenica 1 giugno 2008

PR 2.0


TechCrunch ha pubblicato un lungo articolo dal titolo PR Secrets for Startups, che cerca di spiegare come, grazie ai social network, è cambiato il modo di fare public relations per le aziende; anzi, più precisamente, per le startup, cioè per le piccole aziende che non possono contare su nomi e marchi famosi che di per sè attirano l'attenzione dei media.


Una volta c'era il comunicato stampa: lo strumento di un mondo in cui la comunicazione è unidirezionale, dai media verso il pubblico. Nel web 2.0 dello user generated content, il comunicato deve diventare conversazione: PR vuol dire coltivare la relazione e creare le conversazioni (ognuna almeno parzialmente diversa dall'altra) tra azienda e generatori dei contenuti. E questi ultimi non sono solo i giornalisti, ma anche i blogger.


Tra i vari consigli offerti dall'autore (Brian Solis, principal di FutureWorks) ne cito due che mi hanno particolarmente colpito:


  • Marketing = partecipazione. Non si può costruire a tavolino una campagna, ma bisogna metterci direttamente la faccia, sia nel mondo reale che in quello online: solo così si creano vere relazioni che permettono di aumentare il valore del brand ed il suo capitale sociale.

  • La relazione con i blogger permette di raggiungere non solo il top delle fonti ma anche il mezzo. Nel mondo fisico, per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, è necessario concentrarsi sul 20% che produce l'80% (la ben nota curva ABC), ma il web è l'universo della coda lunga: creare relazioni con i blogger che costituiscono la fascia B della curva è la porta d'ingresso, appunto, di tutta la coda lunga.

domenica 25 maggio 2008

Ambientalismo: verità scomode


La guerra al riscaldamento globale, la riduzione dei consumi, la protezione dell'ambiente e della biodiversità sono temi che gli ambientalisti sono riusciti a diffondere al di là dei loro circoli facendoli diventare popolari. In particolare, il principale problema (quello che racchiude tutti gli altri) sembra essere la riduzione dell'effetto serra e l'inversione della tendenza al riscaldamento globale: con il petrolio a $ 135, la riduzione dei consumi energetici è anche pura sopravvivenza.

Per combattere efficacemente l'effetto serra, però, dobbiamo essere consapevoli che alcuni luoghi comuni dell'ambientalismo sono profondamente sbagliati: un articolo di Wired, e quindi assolutamente non influenzato dalle beghe italiane, pubblicato questa settimana mette in discussione alcuni miti del movimento ecologista:



  1. vivere in città è meno dannoso per il pianeta che vivere in campagna

  2. i sistemi di condizionamento sono accettabili, anzi emettono CO2 in quantità inferiore ai sistemi di riscaldamento

  3. l'agricoltura biologica non è una risposta, anzi l'agricoltura tradizionale può essere maggiormente sostenibile per la Terra

  4. coltivare le foreste può ridurre il riscaldamento globale

  5. la Cina non è il nemico, ma può essere la soluzione: si tratta del principale Paese produttore di impianti per lo sfruttamento delle fonti energetiche alternative

  6. l'ingegneria genetica può avere effetti positivi mediante la realizzazione di coltivazioni super-efficienti

  7. le quote verdi non funzionano: i benefici reali ottenibili dal sistema di negoziazione delle quote sono illusori

  8. il nucleare è la forma di energia oggi utilizzabile su vasta scala meno dannosa per l'ambiente

  9. meglio un'auto usata di una nuova ecologica: l'impatto totale sull'ambiente è minore

  10. il cambiamento climatico è inevitabile, dobbiamo prepararci e farcene una ragione.

domenica 18 maggio 2008

WorldWide Telescope


WorldWide Telescope è un'applicazione interattiva realizzata dai laboratori di ricerca di Microsoft che permette di esplorare l'universo dal proprio computer mavigando le immagini provenienti dai principali telescopi, sia terrestri che nello spazio.
Il sistema sfrutta le più avanzate tecnologie del Web 2.0 per offrire ad appassionati, astronomi e studenti quanto fino ad oggi è possibile vedere solo nei planetari.
Le diverse fonti di dati (video immagini, audio, presentazioni didattiche) sono integrate mediante l'utilizzo di tag e metadati e rese disponibili all'utente in un'applicazione web-based per la visualizzazione, che permette di cercare stelle e pianeti, di zoomare, di vedere immagini sia ottiche che provenienti dai radiotelescopi.


Oltre che il risvegliare il fascino per l'astronomia, WWT suscita interesse anche per l'utilizzo avanzato delle tecnologie informatiche, dal tagging ai mesh-up alla visualizzazione alla gestione di database molto grandi: oggi al servizio della divulgazione scientifica e dell'insegnamento (speriamo anche nelle scuole italiane) e domani nelle applicazioni web per le aziende ed i consumatori.

sabato 10 maggio 2008

Management 2.0: l'impatto dei social network in azienda

Misurazione delle performance, valutazione delle persone, premi e avanzamenti di carriera in funzione del merito. Nella cultura manageriale e di gestione delle risorse umane si tratta di concetti standard da decenni; nelle aziende di matrice anglosassone la loro applicazione è di routine da almeno 20 anni (in Italia no, ma questa è un'altra storia).
Forse, però, siamo arrivati alle soglie di una nuova rivoluzione manageriale.

I social network, la condivisione delle conoscenze tramite wiki, la generazione spontanea dei contenuti mediante i blog sono fenomeni che hanno grande impatto anche all'interno delle mura (ovviamente ormai virtuali) dell'azienda: il singolo lavoratore diventa gruppo che condivide conoscenze ed esperienze e, soprattutto, collabora.


L'impatto sui modelli di management e di valutazione del personale è notevole: i criteri di misurazione, principalmente economici ma non solo, devono evolvere in due direzioni:

  • dal singolo al gruppo
  • dal risultato ottenuto al miglioramento continuo ed all'acquisizione di nuove conoscenze.

In un white paper recentemente pubblicato da IBM(Effecting Blogging: Joining the conversation), Luis Suarez "knowledge manager, community builder e social computing evangelist" dell'azienda riassume in questa tabella le fondamentali differenze tra stile di management 1.0 e 2.0:


venerdì 25 aprile 2008

Reputazioni e Opinioni nella Rete

È ormai opinione comune per il top management delle aziende sia internazionali sia italiane, che intercettare, analizzare e interpretare le opinioni e i giudizi che sono espressi su Internet costituisca un’attività indispensabile. Da questi dati infatti dipende una parte importante della reputazione e della credibilità di un’azienda, del suo brand, dei suoi servizi, prodotti e management. Ma come si può essere certi di avere davvero ascoltato tutte le voci rilevanti sul Web? E soprattutto, come se ne possono analizzare ed eventualmente “sfruttare” i risultati, per gestire e/o migliorare la situazione?

Forte delle proprie competenze nello sviluppo di software e nella ricognizione su Internet, ActValue Consulting and Solutions ha messo a punto degli strumenti potenti e veloci che mirano proprio ad utilizzare il Web come fonte di opinioni, commenti ed informazioni utili a stabilire il livello di reputazione di un’azienda, un’organizzazione, una persona o un prodotto.

Questi strumenti consentono di raccogliere dati e produrre report in modo strutturato, categorizzando le informazioni per specifici temi di interesse; ad esempio, analizzando la percezione di un brand o un prodotto nel settore auto, è possibile ottenere un’analisi segmentata su argomenti quali impatto ambientale, affidabilità, consumi, prestazioni, etc. In altre parole, i dati evidenziati nel report associato al Brand o al prodotto non sono “grezzi”, ma hanno giù subito un lavoro di intelligence che li rende immediatamente fruibili dall’esperto di marketing o di comunicazione.

La stessa analisi può inoltre essere utilizzata per valutare la cosiddetta vox populi su un determinato argomento, una sorta di sondaggio effettuato su un campione di persone che, pur non essendo rappresentativo statisticamente, di sicuro è importante dal punto di vista del potere di influenza e di “trend-setting”. Infatti, nella maggior parte dei casi si tratta di persone che esprimono – nel bene o nel male – pareri circostanziati, sono letti da milioni di utenti Internet (spesso da un maggior numero di persone di quanti non leggano i media tradizionali), e molto spesso sono ritenuti autorevoli quanto i mezzi di comunicazione più importanti.

Perché sia efficace, è necessario che il monitoraggio sia tempestivo; solo in questo modo, infatti, sarà possibile mettere in campo tutti gli strumenti per prevenire e/o fronteggiare una potenziale crisi e dominarla prima che le ondate di opinione si diffondano senza controllo nel Web. È inoltre necessario saper interpretare i risultati ottenuti, per potersi mettere in contatto con alcuni degli influenzatori che, dopo un’attenta e prolungata analisi, possano essere ritenuti più autorevoli, a proposito di un certo argomento specifico o per una certa azienda o settore di mercato.

Attualmente esistono circa 30 miliardi di pagine nel Web, cioè cinque pagine per ogni singolo abitante del pianeta. Di fronte a una tale mole di lavoro, il monitoraggio della reputazione può solo essere svolto da uno strumento informatico particolarmente sofisticato. Infatti, un monitoraggio che sia realmente tempestivo ed efficace non può basarsi solamente su tradizionali sistemi manuali e di intelligenza umana, ma necessita di sistemi automatizzati, come quello sviluppato da ActValue.

Si tratta di un software proprietario avanzato che permette la ricerca automatica di contenuti positivi e negativi presenti nel Web (siti, forum, blog, motori di ricerca, social network, video online…) e che si può declinare in due versioni: “Reputation Manager” che si rivolge a privati e società, e “Web Opinion” che si rivolge a tutti coloro che vogliano intraprendere una ricerca o un sondaggio informale delle opinioni e i giudizi (o pregiudizi) presenti su Web in relazione a un determinato argomento (ad es. quanto è importante l’ecologia per gli italiani; sono davvero consapevoli e consenzienti quelli che acquistano prodotti di marca contraffatti, etc. etc.).

Proprio per la loro rapidità, efficacia e flessibilità, Reputation Manager e Web Opinion sono anche stati valutati e selezionati da Text 100 Public Relations come la piattaforma ideale per fornire servizi di PR avanzati, orientati all’ascolto e all’interazione con la blogosfera e il Web 2.0.

Infatti, la società di consulenza PR internazionale - con 30 sedi nel mondo e Clienti del calibro di IBM, Intel, Philips CE, Lenovo, MTV e molti altri ancora – è da sempre attenta alla tecnologia e a Internet come strumento di vantaggio competitivo, e ha deciso di avvalersi in Italia di questi strumenti come Partner di ActValue, per poter offrire un servizio ancora più approfondito e puntuale ai propri Clienti, sempre più sensibili a queste tematiche. Grazie alla piattaforma di ActValue, i consulenti di Text 100 si muoveranno più rapidamente per risolvere problemi di immagine o sviluppare dialoghi con blogger e partecipanti a forum o social network, con il rispetto e l’attenzione – tipici dell’expertise tutta… internettiana di Text 100 – necessari a gestire rapporti con i diversi pubblici dell’ecosistema aziendale.

“Idealmente, tutti dovrebbero monitorare la propria Reputazione Online” – afferma Andrea Barchiesi, socio fondatore ed esperto di Web 2.0 di ActValue - “Dalle aziende agli uomini politici, dalle organizzazioni non-profit ai personaggi pubblici, tutti devono essere consapevoli che ogni giorno online si parla di loro, della loro immagine, delle loro azioni, della qualità dei servizi offerti, dei loro prodotti. La scelta successiva è poi decidere che cosa fare: cioè lasciare ‘che se ne parli’, a volte magari anche a sproposito, oppure intervenire, con i mezzi corretti e i giusti toni, nella conversazione che comunque avviene, su Internet, come già ci ricordava 9 anni fa, il famoso ‘ClueTrain Manifesto’.”

“Gestire la Reputazione Online è un’attività complessa, che richiede elevate capacità di analisi, tempestività ed efficacia nelle azioni volte ad influenzare l’opinione pubblica” – ha dichiarato Simona Menghini, Managing Director Sud-EMEA e Senior Consultant di Text 100 Public Relations – “Con la diffusione di Internet, ed in particolare del Web 2.0, la reputazione online assume un’ulteriore e peculiare connotazione per chi, come noi, si occupa di comunicazione, marketing e relazioni pubbliche. Anzitutto, monitorare costantemente la reputazione è diventato necessario per capire come gestirla, sia per cavalcare l’onda di un giudizio positivo sia quando, per cause diverse, possano presentarsi delle sfide che vanno valutate ed affrontate per tempo.”

“Reputation Manager”, il “cruscotto” della reputazione online di ActValue, non solo fornisce una fotografia in tempo reale della situazione, ma permette anche di inserirvi commenti ed eventuali risultati di interventi effettuati proattivamente dall’esperto di relazioni pubbliche: di qui la partnership unica e reciprocamente profittevole sviluppata con Text 100, a tutto vantaggio dei Clienti dell’agenzia.

Le nuove soluzioni di ActValue, in partnership con Text 100, sono state presentate il 23 aprile nel corso dell’evento celebrativo per i dieci anni della filiale italiana di Text 100.

domenica 13 aprile 2008

Global Information Technology Report: Italia sempre peggio


Questa settimana il World Economic Forum ha presentato l'Information Technology Report 2007-2008: mediante la misurazione e la sintesi di diversi parametri, viene elaborato un indice che di anno in anno cerca di identificare la capacità dei singoli paesi di abbracciare l'era digitale cioè di essere pronti all'adozione operativa, culturale ed economica delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

I 10 Paesi più avanzati sono, nell'ordine: Danimarca, Svezia, Svizzera, USA, Singapore, Finlandia, Olanda, Islanda, Corea, Norvegia.

L'Italia è al 42° posto (l'anno scorso al 28° e due anni fa al 45°) su 127. I Paesi con cui dovremmo confrontarci sono ben più in alto: Gran Bretagna 12° posto, Germania 16°, Francia 21°, Spagna 31°.


Al di là delle classifiche e delle singole valutazioni che concorrono a calcolare l'indice sintetico, è innegabile che la situazione italiana è disastrosa:


  • 27° posto per diffusione dei personal computer

  • 48° posto per disponibilità di scienziati ed ingegneri

  • 54° posto per utilizzo di internet nelle imprese

  • 66° posto per libertà di stampa

  • 94° posto per la qualità delle istituzioni scientifiche

  • 97° posto per capacità del governo di promuovere l'utilizzo dell'ICT

  • 113° posto per il tempo di risoluzione delle dispute contrattuali

  • 124° posto per il peso della burocrazia

Le poche note positive che contraddistinguono il nostro Paese sono invece:



  • 2° posto per i bassi costi della telefonia mobile

  • 3° posto per i bassi costi della banda larga

  • 5° posto per l'uso dell'ICT nel rendere più efficiente la pubblica amministrazione

  • 6° posto per il numero di utenze di telefonia mobile

Qualcuno ne ha sentito parlare questa settimana, se non altro per fantasione proposte elettorali al pari di tante altre?

sabato 5 aprile 2008

Mercato del Lavoro: difficile incontro tra domanda e offerta


Questa settimana il Sole 24 Ore ha dato conto della presentazione del primo rapporto sul mercato del lavoro, realizzato dall'Agenzia per il lavoro Ranstad Italia in collaborazione con la Fondazione Marco Biagi.
In estrema sintesi, le aziende faticano molto a trovare personale qualificato e quando finalmente ci riescono fanno di tutto per tenerlo: in particolare, con assunzioni a tempo indeterminato.
I canali utilizzati per la ricerca sono molteplici e paralleli: dalle inserzioni sui giornali (locali) e sui siti specializzati, ai Centri per l'Impiego, alle Agenzie per il Lavoro.
Almeno in parte, si cerca di ovviare alla scarsità di risorse qualificate mediante la formazione interna.

Parallelamente, il Corriere della Sera ha presentato i risultati di uno studio condotto dal Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale sugli scenari evolutivi del mercato del lavoro in Europa: si prevede che nel periodo 2006-2015 verranno creati più di 13 milioni di nuovi posti di lavoro, dei quali oltre 1,6 milioni in Italia. Ciò oltre al turn-over generato dal pensionamento dei lavoratori più anziani (6,3 milioni di posti di lavoro solo in Italia).
Lo studio mette in evidenza come nella maggior parte dei casi i nuovi impieghi richiedano competenze elevate, di tipo universitario o tecnico-specialistico, mentre i sistemi prevalenti di istruzione (soprattutto in Italia) tendono a non fornire le qualificazioni richieste, privilegiando modelli generalistici e/o umanistici.

Buone notizie, dunque, per chi avrà il giusto mix di competenza ed esperienza; ma come faranno le aziende, le società di ricerca e selezione e le agenzie del lavoro a scovare questi talenti?
Da più di tre anni ActValue cerca di dare una risposta a questo interrogativo e realizza strumenti di skill matching e di supporto alla ricerca e selezione, originariamente destinati al mondo del lavoro interinale ma che già cominciano a trovare applicazione anche all'interno delle aziende.

sabato 29 marzo 2008

Depressione da Elezioni


Nonostante io non abbia alcuna intenzione di usare questo blog a fini elettorali (nè a favore nè contro alcuno), con l'avvicinarsi delle elezioni ritengo comunque di poter fare due considerazioni.

La prima: in questo momento di crisi internazionale e di prezzo del petrolio alle stelle, sarebbe stata opportuna qualche spinta alla nostra economia; la campagna elettorale aggiunge invece un ulteriore fattore di freno e di incertezza. Il risultato, misurato a pelle e senza ambizioni macroeconomiche, è di un blocco pressochè totale - anche nelle aziende - di investimenti, decisioni, spese, ecc.
E' vero che in Italia il settore privato, nel bene e nel male, si è sempre vantato di crescere e prosperare senza l'aiuto della politica e del pubblico troppo distanti ed autoreferenziali (per non dire di peggio), ma il perimetro economico direttamente o indirettamente gestito dalla politica è talmente vasto (troppo) che le fasi di stallo del ciclo elettorale non possono che riverberarsi anche sul privato.
Forse è solo una teoria, con evidenti risvolti liberisti, ma come minimo mi sembra plausibile.

La seconda osservazione è invece relativa alla mia personale depressione elettorale: dal macro passiamo al micro.
Anche questa volta ci sono in rete due sondaggi, uno di Repubblica e l’altro di openpolis, che permettono di localizzare su una mappa la propria posizione politica rispetto a quella dei partiti.

In entrambi i casi (e alcune delle domande sono diverse) risulto a buona distanza da tutte le formazioni politiche.

Per fortuna (?!) sappiamo bene che la pratica di governo sarà diversa dalle enunciazioni pre-elettorali.

domenica 23 marzo 2008

Ultime notizie dal mondo dell'Economia e della Scienza


In questo momento di "difficile congiuntura economica":




  1. Un economista australiano ha dato vita ad blog dedicato alla teoria economica applicata all'educazione dei figli (Game Theorist) e quest'estate pubblicherà un libro intitolato Parentonomics, pressapoco traducibile con Economia dei Genitori: profonde analisi con vero humor inglese.
    Da segnalare "Teoria delle Probabilità applicata ai Genitori": il padre spedisce il bambino in camera a vestirsi; dopo 5 minuti gli grida "Smetti di giocare e vestiti"; il figlio scende vestito e chiede "Ma come a facevi a sapere che stavo giocando?" e il padre risponde "Non dimenticarti che io vedo tutto!"; ovviamente vede solo l'altissima probabilità che il bambino ha di distrarsi prima di completare il compito che gli era stato richiesto...


  2. Uno lavoro pubblicato da una seria rivista scientifica e ripreso dal New York Times cerca di fare chiarezza sui fattori che rendono alcuni scienziati di successo ed in grado di pubblicare importanti lavori uno di seguito all'altro. Il risultato è decisamente inaspettato: le performance scientifiche sono inversamente proporzionali al consumo di birra degli studiosi; purtroppo il motivo non è ancora chiaro.


  3. Tom Peters offre finalmente una spiegazione del meccanismo dei mutui subprime il cui incepparsi ha portato all'attuale crisi economica: http://www.tompeters.com/blogs/freestuff/uploads/Presentation1.ppt

domenica 16 marzo 2008

Le 6 M del Marketing (non solo digitale)


Riprendo molto volentieri da The Small Biz Leader Blog una lista chiara e sintetica delle componenti chiave da considerare nella pianificazione di una campagna marketing:


  1. Mission
    Qual è l'obiettivo della campagna? Vendere qualcosa a qualcuno, farlo partecipare ad un evento, rendere nota la propria presenza, ...? Se l'obiettivo non è chiaro, tutto ciò che segue è opinabile.

  2. Message
    Che messaggio si vuole comunicare? Come lo si vuole dire? Come vogliamo che lo ascoltino i potenziali clienti? E, soprattutto, il messaggio è coerente con la mission?

  3. Market
    Chi è il destinatario del messaggio? Non può essere genericamente rivolto a tutti e, qualunque sia il mercato di riferimento, esso influenza la costruzione del messaggio.

  4. Media
    In molti casi si parte da qui, anche se è solo il quarto punto: prima di acquistare spazi pubblicitari di qualunque tipo è bene chiedersi qual'è il media migliore per l'obiettivo / messaggio / mercato a cui si sta lavorando.

  5. Moment
    Anche il timing è cruciale: quando è il momento giusto per comunicare? Normalmente ogni prodotto ha un suo ciclo o stagionalità e la pianificazione della campagna marketing deve tenerne conto.

  6. Money
    Ultimi ma fondamentali sono i soldi:il budget disponibile, sempre limitato, condiziona e indirizza le scelte relative a ciascuna delle 5 M precedenti.

sabato 8 marzo 2008

Come si formano gli ingorghi stradali


Per la prima volta, alcuni ricercatori giapponesi sono riusciti a riprodurre in un esperimento controllato la formazione di un ingorgo stradale in condizioni di traffico congestionato.
Presso l'università di Nagoya, un gruppo di volontari ha iniziato a guidare alla velocità costante di 30 km/h lungo una piccola pista circolare: ben presto hanno iniziato a verificarsi fluttuazioni nella velocità e nella distanza tra i veicoli, prima piccole, poi sempre maggiori fino a causare frenate e blocchi.
La propagazione dei rallentamenti è paragonabile a quella di un'onda d'urto che viaggia a 20 km/h in senso opposto a quello di marcia; la causa scatenante è presumibilmente la combinazione e l'amplificazione delle piccole variazioni casuali di velocità che ciascun guidatore effettua intorno alla velocità costante teorica.
Secondo i ricercatori, il fatto di essere riusciti a riprodurre sperimentalmente questo fenomeno ben conosciuto a tutti gli automobilisti è un primo fondamentale passo verso l'individuazione di rimedi.
Tutti i pendolari aspettano con fiducia!

sabato 23 febbraio 2008

La logistica in soccorso della gestione del personale


Recitano i manuali di economia aziendale che il capitale umano è un fattore di produzione alla stregua del capitale monetario, delle materie prime, dell'informazione, ecc.
La gestione dei fabbisogni e degli stock di capitale umano, cioè dei processi di ricerca e selezione e di gestione delle carriere, non è però normalmente affrontata nella stessa ottica degli altri fattori produttivi.
Il prof. Peter Cappelli, direttore del Center for Human Resources della Wharton Business School, sta per pubblicare un libro dal titolo "Talent on Demand: Managing Talent in an Age of Uncertainty" in cui cerca di applicare alcuni concetti logistici e quantitativi alla gestione delle risorse umane.


Cappelli parte dal presupposto che il capitale umano sia una materia prima pregiata ed estremamente deperibile: sia averne troppo poco che averne troppo provoca costi ed inefficienze.

La mancanza di risorse umane rende difficile se non impossibile realizzare la produzione, ma anche l'eccesso crea problemi: a differenza dei prodotti che una volta realizzati possono restare a magazzino, i dipendenti vengono pagati tutti i mesi sia che lavorino per produrre sia che non lo facciano; ma non solo: nei momenti di inattività prolungata, i primi ad andarsene sono i migliori vanificando tutti i precedenti investimenti.


Le aziende dovrebbero quindi abbandonare i tradizionali rigidi meccanismi di previsione dei fabbisogni, di selezione interna ecc., e cercare di applicare metodi più flessibili ed in grado di adattarsi in tempo reale o quasi ai mutamenti del mercato. Se oggi non è più pensabile di pianificare gli acquisti di materie prime su base annuale o pluriennale senza continue variazioni, lo stesso deve valere per le risorse umane in un mercato in cui non solo i fabbisogni possono cambiare con estrema rapidità, ma non è neanche più possibile fare piani di carriera a lungo termine dato l'elevato turn-over.

domenica 17 febbraio 2008

Gli investimenti ICT non funzionano senza capitale umano


Questa settimana lavoce.info ha pubblicato la sintesi di una ricerca sui risultati degli investimenti in ICT delle aziende italiane dal titolo "Le ICT non funzionano senza capitale organizzativo".


Gli autori si chiedono se veramente, come spesso si dice, il ritardo competitivo e di produttività dell'Italia nei confronti degli altri Paesi sviluppati è imputabile al mancato o ridotto utilizzo delle tecnologie informatiche disponibili da parte delle aziende.


Il quadro che esce dall'analisi è, se possibile, ancora più negativo; il ritardo nell'adozione delle teconologie non è un fatto congiunturale, ma dipende dalla struttura stessa del tessuto industriale italiano: non solo esso è per la maggior parte fatto di PMI spesso prive di adeguate capacità di spesa e di gestione nell’ambito delle ICT, ma anche tra le grandi aziende dominano quelle di settori poco "adatti" a cogliere i benefici potenziali delle tecnologie informatiche (manufatturiero non hi-tech e servizi materiali quali turismo, distribuzione, trasporti, costruzioni).


Anche quando gli investimenti vengono effettuati, si fatica comunque ad ottenere tutti i benefici: nella maggior parte dei casi viene il risultato è una riduzione dei costi amministrativi, ma bassissimo è il ritorno in aree più strategiche quali lo sviluppo prodotto e la gestione delle relazioni con i clienti e con la filiera produttiva.

Secondo l'analisi, l'incapacità di ottenere risultati strategici è dovuta al non adeguato sostegno agli investimenti ICT (visti solo come costi da ridurre) e alla difficoltà da parte dei responsabili IT aziendali di avere una chiara visione di business.


Per essere impiegate in modo efficace le tecnologie informatiche necessitano inoltre di approcci alla gestione di persone e processi assenti nella maggioranza delle nostre aziende. Alla base di questo fenomeno vi è stata, spesso, l’incapacità o la non volontà delle imprese di accompagnare gli investimenti in ICT con cambiamenti organizzativi che richiedevano una modifica dei processi decisionali e forti investimenti in capitale umano.


Gli elementi che caratterizzano le organizzazioni che hanno invece avuto successo negli investimenti in tecnologia informatica sono così sintetizzabili: l’importanza attribuita agli investimenti in capitale umano, un’organizzazione poco burocratica, l’abitudine dei dipendenti a condividere conoscenza, l’adozione di incentivi basati sulle performance individuali e di gruppo, l’incoraggiamento dell’imprenditorialità diffusa, la presenza di team interfunzionali di lavoro.


Purtroppo, queste sono caratteristiche lontane dai modelli tradizionali delle aziende italiane non hi-tech: il rischio è l'ulteriore incremento del digital divide tra le aziende (ed i sistemi Paese).

sabato 9 febbraio 2008

Reputazione on line: nasce Reputation Guardian


Gestire la Reputazione di un'azienda è un’attività complessa, che richiede elevate capacità di analisi, tempestività ed efficacia nelle azioni volte ad influenzare l’opinione pubblica.
Con la diffusione di internet, ed in particolare dei servizi offerti dal Web 2.0, la Reputazione assume un’ulteriore e peculiare connotazione: l’attenzione si sposta ora sulla Web Reputation.

L’intercettazione, l’analisi e l’interpretazione dei giudizi, pregiudizi e opinioni presenti sulla rete costituisce un’attività indispensabile per la tutela della visibilità, della reputazione e della credibilità di ogni azienda, del suo brand, dei suoi servizi, del suo management.

"… entro il 2009, l’80% dei clienti potenziali verrà influenzato nelle decisioni d’acquisto da informazioni su cui non ha nessun controllo, quali blog , forum, newsletter, ecommerce, portali di settore che stanno diventando sempre più luoghi di incontro e di creazione di community in rete... [ Fonte: Progetto SEO ]"

Monitorare, difendere e valorizzare l’immagine aziendale significa per ogni azienda creare una rendita per il futuro, basata sulla fiducia del pubblico verso l’azienda e sulle emozioni positive associate ai suoi prodotti e servizi.
E’ necessario che il monitoraggio sia tempestivo per essere realmente efficace e per consentire di mettere in campo tutti gli strumenti capaci di fronteggiare una crisi e di dominarla prima che le ondate di opinione si diffondano senza controllo nel web.

Per soddisfare queste esigenze ActValue ha sviluppato Reputation Guardian: un sofisticato servizio, fondato su un sistema automatico proprietario, che, grazie all’interazione fra keyword e analisi semantica, si occupa di cercare le citazioni in tutto il web, canali informali compresi, riguardanti il brand, le figure aziendali, i prodotti, i servizi, le situazioni o i contesti.
Grazie a questo servizio, la Comunicazione e il Marketing di ogni azienda possono sondare tutti i canali del web e valutare gli impatti che questi hanno nell’ immagine aziendale.

domenica 3 febbraio 2008

Avere troppi capi

Dal Sole 24 Ore di sabato 2 febbraio:

Ogni commento è superfluo.

sabato 26 gennaio 2008

Cyber - Terrorismo


Questa settimana due notizie inquietanti:


  1. Secondo la CIA "al di fuori degli Stati Uniti"vi sono stati numerosi attacchi via internet ad aziende energetiche e utilities. Alle intrusioni sono seguite richieste di estorsione e in almeno un caso il sabotaggio ai sistemi informativi degli impianti ha causato il blackout di diverse città. Da Information Week.

  2. A circa 7 mesi di distanza dall'attacco Denial of Service che aveva reso irraggiungibili i principali siti internet del paese, la magistratura Estone ha individuato il colpevole: si tratta di uno studente di 20 anni, che apparentemente agiva da solo, e non degli eredi russi del KGB (la causa scatenante era la protesta dei russi e degli estoni di origine russa contro la rimozione di una statua). Da Ars Technica.

Non si tratta di un videogioco, ma della realtà.


Purtroppo chi è nei posti chiave di governo e di controllo della sicurezza non ha l'età da videogiochi e non ha ancora capito l'entità dei rischi.

sabato 19 gennaio 2008

Verso l'estinzione dei dinosauri?


Due brevi articoli che apparentemente non hanno punti in comune mi hanno colpito.

Influx ragiona sul cambiamento radicale che le direzioni Marketing aziendali dovranno affrontare per gestire la partecipazione dei clienti ed il dialogo con loro: BBC News, ad esempio, riceve fino a 10.000 - 20.000 messaggi ed email giorno, e ciò non rappresenta che l'1% dell'audience. Si tratta sicuramente di un caso limite, ma quante aziende rischiano di danneggiare la propria reputazione perchè non hanno gli strumenti e le strutture per affrontare il nuovo modello partecipativo reso possibile da internet?

NorthxEast, invece, descrive come i blogger possono utilizzare i social network per aumentare la visibilità del proprio prodotto (il blog) e la partecipazione dei propri clienti (i lettori).


Mi sembra il ripetersi dell'evoluzione: i dinosauri faticano ad adattarsi alle mutate condizioni climatiche, mentre nuove forme animali più piccole ed agili irrompono sulla scena e la occupano.

sabato 12 gennaio 2008

Morte annunciata della Direzione IT



Secondo Nicholas Carr, nel suo nuovo libro The Big Switch: Rewiring the World from Edison to Google, all'interno delle aziende la sorte della Direzione IT è segnata: a decretarne la fine sarà la progressiva migrazione verso l'utility computing.

Carr è già noto per questo genere di giudizi negativi nei confronti dell'ICT: nel 2003 ha pubblicato sull'Harvard Business Review un controverso articolo dal titolo "Does IT Matter" in cui si sostiene che gli investimenti IT non danno vantaggio strategico in quanto non appena un'azienda adotta una nuova tecnologia, i concorrenti fanno la stessa cosa. Ne è seguito un lungo dibattito e, in particolare, numerose e dettagliate confutazioni da parte delle principali aziende IT.

In questo nuovo libro Carr torna all'attacco: alcuni degli argomenti a favore della sua tesi sono sicuramente corretti, ma la realtà (e soprattutto il futuro) sono più complicati e vari della sua tesi un po' semplicistica. Almeno, questo è quello che si può evincere leggendo la recensione del libro e l'intervista all'autore pubblicate da NetworkWorld.




Carr, infatti, paragona il futuro dell'IT a ciò che all'inizio del '900 è successo nel mondo industriale relativamente alla generazione di energia elettrica. I grandi impianti industriali erano dotati ciascuno della propria centrale elettrica: queste sono state progressivamente e velocemente sostituite dalle forniture delle grandi utilities specializzate.


Secondo Carr la stessa cosa succederà nell'IT dove servizi di utility computing saranno erogati tramite la rete: con una sola persona ciascuna azienda potrà controllare i flussi evitando onerose e complesse gestioni interne (a partire da quella di data center che consumano tanta energia quanto una piccola città).




Sicuramente esistono diversi driver che spingono in questa direzione (Carr cita i sistemi di storage e l'erogazione di applicazioni tramite internet, ma dimentica ad esempio la virtualizzazione) ed alcune aziende come Google e Salesforce.com possono essere considerate precursori e leader dell'utility computing, così come è indubbiamente in atto uno spostamento dal modello Client-Server a quello Web-Based.




Dove probabilmente Carr pecca, è nel predire la morte del lavoro degli informatici che, secondo lui, sopravviveranno unicamente all'interno delle nuove utilities tecnologiche. In realtà, l'ICT è talmente pervasivo ed importante per il business delle aziende che ben difficilmente è destinato ad essere completamente terziarizzato; quello che è certo è che la Direzione IT, dopo l'era del Mainframe e quella dei PC, sta affrontando un nuovo radicale cambiamento.

venerdì 4 gennaio 2008

La coda lunga della pubblicità


L'ormai famoso concetto della coda lunga di Chris Anderson non si applica unicamente a prodotti e contenuti digitali, ma anche alla comunicazione pubblicitaria che sostiene e definisce un brand.
In The Elongating Tail of Brand Communication Mohammed Iqbal argomenta che utilizzare un unico messaggio a supporto della definizione di un brand, cercando di prevedere a priori quale sarà quello meglio ricevuto dal target dei consumatori, è ormai un anacronismo: a fianco del messaggio principale (a cui comunque riservare le maggiori risorse economiche) è possibile presentare tanti altri messaggi ognuno dei quali può trovare la sua nicchia grazie al costo molto basso degli strumenti di marketing web, in particolare quelli virali.


L'attività dei professionisti della comunicazione si deve quindi parzialmente trasformare: invece di filtrare a priori i possibili messaggi sulla base di una predizione del marcato di riferimento, diventa necessario misurare l'accoglienza dei tanti messaggi e velocemente agire, canalizzando maggiori risorse verso i messaggi che hanno più successo. Senza però eliminare quelli che incontrano il favore solo di una minoranza destinati a popolare la coda.


Dal controllo, quindi, all'indirizzo: i professionisti dell'advertising e della comunicazione perdono il potere di decidere che cosa mostrare e quando (su internet i video virali e non, ad esempio, hanno vita di molto superiore alla durata di una campagna pubblicitaria) e possono solo indirizzare e guidare i consumatori.