Oggi come oggi nessuno può ignorare la potenza del Web 2.0. Soprattutto coloro i quali della comunicazione fanno lo strumento del proprio lavoro. E’ il caso della classe politica in senso generale e a tutti i livelli. Questa è la più importante lezione che abbiamo imparato dalle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti dove studi indipendenti hanno dimostrato che buona parte della vittoria elettorale di Barack Obama è stata costruita attraverso una mobilitazione senza precedenti delle classi giovanili. Esse non solo hanno votato in blocco (due elettori su tre) per il candidato democratico, ma hanno anche incrementato la loro presenza ai seggi, spesso per la prima volta in assoluto, assai più di ogni altra classe di età. Questo fenomeno si spiega con il fatto chel’elettore non è più un soggetto passivo che “ascolta” la campagna elettorale subendo tribune politiche e comizi, ma è un soggetto che attivamente influenza i programmi elettorali e le tendenze politiche grazie al potere del web informale (forum, social network, blog, newsgroup e wiki).
Già a partire dalle prossime elezioni amministrative ciò potrebbe essere applicato anche all’esperienza italiana. Grazie ai mezzi messi a disposizione dal Web 2.0 i nostri candidati potranno raggiungere quella porzione di elettorato in età compresa tra i 18 e 25 anni che è ancora largamente sottorappresentata e che difficilmente si sente coinvolta dagli argomenti di natura politica.
Ma l’aspetto che gli appartenenti alla classe politica non dovranno sottovalutare è il meccanismo di scambio che la rete mette a disposizione: i cittadini comunicano tra di loro e commentano i programmi elettorali (positivamente o negativamente) in modo libero e indiscriminato e di rimando i politici possono utilizzare gli stessi canali come banco di prova per testare l’interesse verso i punti chiave del loro programma elettorale e per stimolare discussioni dalle quali trarre spunto. Così come sempre più spesso già avviene per le aziende, tutte queste conversazioni che popolano il web vanno a formare un prezioso bagaglio di informazioni su cui è possibile costruire una valutazione oggettiva del proprio gradimento e dei relativi punti di forza e di debolezza. L’intercettazione, l’analisi e l’interpretazione di giudizi, pregiudizi e opinioni presenti sulla rete costituisce un’attività indispensabile per la tutela della visibilità, della reputazione e della credibilità di ogni candidato, del suo programma e della coalizione politica che rappresenta.Monitoraggio, difesa e valorizzazione dell’immagine del candidato o del rappresentante eletto possono permettere di creare un vantaggio per il futuro, basato sulla fiducia degli elettori e sulle emozioni positive associate al suo nome, capace di controbilanciare il crescente fastidio dei cittadini nei confronti della politica (v. ad es. Governance Poll 2009, realizzato da Ipr-Marketing per il Sole 24 Ore) e di “catturare” quella parte di elettorato che non si sente più rappresentata.Mutuando l’approccio utilizzato con le aziende, proponiamo lo schema di un modello di analisi reputazionale applicabile al contesto elettorale:
Sulla base del modello, opportunamente dettagliato e declinato secondo le specifiche esigenze, si procederà all’individuazione ed all’analisi dei contenuti online (sia testuali che video) , per giungere alla creazione di una mappa di posizionamento che descrive ogni dominio censito in termini di rilevanza, visibilità e tono della conversazione.Intervenendo opportunamente in canali selezionati, e stimolando le conversazioni, il candidato potrà cogliere gli umori degli elettori, verificare la reazione a determinati argomenti ed aggiustare il tono ed i messaggi della propria comunicazione.Da tutto ciò non si può far altro che concludere che se da una parte le occasioni per sfruttare la comunicazione via internet sono alla portata di tutti gli utenti della rete, dall’altra si deve sottolineare che non da tutti è l’utilizzo professionale della stessa. Da qui l’importanza di affidarsi a professionisti che grazie alle loro competenze potranno meglio indirizzare le strategie di comunicazione degli stessi programmi elettorali e di partito. Non si tratta solo di un approccio tattico, ma di una vera e propria stategia di comunicazione.
martedì 26 gennaio 2010
La politica e il web 2.0: Metodologia ed Analisi
giovedì 24 dicembre 2009
domenica 13 dicembre 2009
Gli spazzini del web
Tre giorni fa Repubblica ha pubblicato in prima pagina (del giornale cartaceo) un brutto articolo in cui, in modo molto semplificato e fintamente scandalizzato, si descrive Reputation Manager come spazzino del web.
Confesso che la prima reazione è stata quella di voler protestare e in qualche modo rettificare: Reputation Manager è molto di più, la definizione è spregiativa e falsamente moralista, ...
Ovviamente non abbiamo fatto niente, ma con il passare delle ore abbiamo (re)imparato una fondamentale lezione del marketing tradizionale che resta valida anche nel mondo 2.0: nonostante il tono negativo (o forse grazie a quello), l'articolo ha avuto grandissima visibilità ed ha generato in due giorni un numero di contatti e di richieste come normalmente abbiamo in due settimane!
E allora ... basta che se ne parli, non importa se bene o male, il nome resterà: è sempre vero.
Qualcuno sostiene che una campagna di marketing web è vincente se il brand ha al suo interno un DNA virale sul quale fare leva: forse per noi è "spazzini del web" e non ci eravamo ancora arrivati.
Confesso che la prima reazione è stata quella di voler protestare e in qualche modo rettificare: Reputation Manager è molto di più, la definizione è spregiativa e falsamente moralista, ...
Ovviamente non abbiamo fatto niente, ma con il passare delle ore abbiamo (re)imparato una fondamentale lezione del marketing tradizionale che resta valida anche nel mondo 2.0: nonostante il tono negativo (o forse grazie a quello), l'articolo ha avuto grandissima visibilità ed ha generato in due giorni un numero di contatti e di richieste come normalmente abbiamo in due settimane!
E allora ... basta che se ne parli, non importa se bene o male, il nome resterà: è sempre vero.
Qualcuno sostiene che una campagna di marketing web è vincente se il brand ha al suo interno un DNA virale sul quale fare leva: forse per noi è "spazzini del web" e non ci eravamo ancora arrivati.
sabato 31 ottobre 2009
Internet assente dalla pubblicità della GDO italiana
The Retailer ha pubblicato i dati sulla spesa pubblicitaria della distribuzione alimentare nazionale e, giustamente, fa notare la totale assenza di internet tra il media mix: si va dal 50% della televisione al 12% del direct marketing che, almeno nel caso di qualcuno come Lidl (che è il top spender) comprende la newsletter email.
Il problema, a mio parere, è cercare di capire il perchè dell'assenza di internet.
Bisogna partire dalle basi: ogni azienda ha un prodotto e, dunque, qual'è il prodotto della GDO?
Non sono certo i prodotti che la GDO compra dall'industria e rivende a noi consumatori: essi sono dell'industria, appunto, la quale è invece massicciamente presente su internet sia nelle forme tradizionali che in quelle più nuove del web 2.0.
Il prodotto della GDO è la formula commerciale, che si declina nei punti vendita: luogo fisico (e virtuale nel caso degli store online) in cui ai consumatori sono offerti i suddetti prodotti.
Le odierne formule commerciali possono essere raggruppate in tre categorie: supermercati, ipermercati e discount, ultimo nato negli anni '80 del secolo scorso.
E qui arriviamo al dunque: la GDO, non solo in Italia per la verità, non è più in grado di fare innovazione. Non vi è nessuna differenziazione tra le insegne che utilizzano la stessa formula, la competizione è fatta unicamente a suon di sconti, i conti economici si reggono grazie ai contributi promozionali dell'industria. Per intenderci, è come se Barilla o Procter & Gamble non creassero nuovi prodotti da 20 anni e facessero concorrenza alle altre marche del loro segmento unicamente sul prezzo.
E infatti, la crisi della GDO dura da ormai molti anni: la crisi economica del 2008 - 2009 non ha fatto altro che acuirla.
Che cosa possono dunque dire a noi consumatori sul media più nuovo e innovativo? In questo contesto ideale è la televisione, mezzo pubblicitario per cervelli anestetizzati.
Forse, con un po' di umiltà, potrebbero ascoltare la voce dei clienti sul web 2.0 e farsi aiutare nell'innovazione, cercando al contempo di riguadagnare un po' di fedeltà all'insegna.
sabato 17 ottobre 2009
domenica 27 settembre 2009
Zzzoot fulminati in azienda
Quest'estate Radio24 ha fatto molta pubblicità a "Zzzoot fulminati in azienda" un libro che definerei a cavallo tra l'umorismo ed il management, ovvero una descrizione in chiave umoristica (per non piangere) di ciò che accade nelle aziende nonostante la teoria manageriale degli ultimi 30 anni.
Dopo aver studiato il sito zzzoot.tv (ancora meglio del libro), ho finalmente deciso di comprarlo e, passate un paio di settimane, ho trovato le 2 ore necessarie per leggerlo.
Dopo aver studiato il sito zzzoot.tv (ancora meglio del libro), ho finalmente deciso di comprarlo e, passate un paio di settimane, ho trovato le 2 ore necessarie per leggerlo.
Come dicono gli autori, si tratta di un vero e proprio racconto con personaggi di fantasia, decisamente reali.
Il racconto di Zzzoot si apre con un fulmine di luce e saggezza che finalmente riforma le imprese. Ma inspiegabilmente, anche dopo il grande cambiamento, una sola azienda (e le persone che ci lavorano, ed il paese reale nel quale è collocata) continua irriducibile a perpetuare comportamenti viziosi. Il resto del mondo ormai riformato osserva con stupore e incredulità i manager, i collaboratori, i consulenti di questa incredibile riserva del passato. Attorno a loro il deserto. Un giovane collaboratore di Zzzoot - RobCam - racconta le storie di questo mondo e dei suoi capi e colleghi, il manager Centrifuga, il direttore commerciale Sul Pezzo, la responsabile comunicazione Font, il superconsulente Paragone, lo stagista a vita Pacco, il responsabile del finance La Porta, il resposabile logistica Consegna, la responsabile sviluppo e formazione Schedula ed altri.
Da notare che il libro contribuisce anche significativamente alla moderna cultura organizzativa aziendale, a partire dall'enunciazione della "legge di conservazione della quantità di moto dell'uccello padulo".
sabato 12 settembre 2009
Lo stato dell'ecommerce in Italia
La School of Management del Politecnico di Milano ha pubblicato l'ottavo rapporto sull'ecommerce B2C in Italia, dal titolo "L'eCommerce B2c in Italia: una crescita che sfida la crisi".
A trainare il mercato nel 2008 è ancora il Turismo che cresce con un tasso superiore alla media. Molto bene anche il comparto dell'Abbigliamento dove vi sono alcune interessanti novità: iniziative nuove con modelli di business innovativi e l'ingresso di alcune grandi "griffe". Certo è un buon risultato, ma si può fare di più. Anzi, si deve fare di più se si vuole colmare il divario che ci separa dagli altri Paesi industrializzati. Con una crescita del 20%, allineata a quella dei principali Paesi europei, l'Italia rimane "indietro" agli altri, sia in termini di valore assoluto dell'eCommerce - l'Italia è un decimo della Gran Bretagna e un terzo della Francia - che in termini di penetrazione dell'eCommerce sul totale delle vendite ai consumatori finali (quasi 1% in Italia contro valori che vanno dal 3 al al 10% circa negli altri Paesi). Sono molte le motivazioni usualmente addotte: dai limiti strutturali dell'Italia - penetrazione di Internet e della banda larga, costi della logistica distributiva - alle attitudini degli Italiani - forte diffidenza verso l'utilizzo della carta di credito online, scarsa propensione all'acquisto a distanza - fino alla oggettiva difficoltà nel vendere online talune tipologie di prodotti. In questo quadro manca tuttavia, a nostro avviso, la motivazione principale. Un sistema dell'offerta con importanti "buchi", specialmente in alcune categorie merceologiche (abbigliamento, prodotti per la casa, auto e accessori, vino e gastronomia, ecc.), e che fatica a sfruttare sapientemente la multicanalità, in particolare tra canale online e canali fisici "tradizionali".
Da notare anche che la rilevanza del Web 2.0, attraverso la sua capacità di influenzare le opinioni e di conseguenza gli acquisti dei consumatori, è ormai riconosciuta da molti siti di eCommerce italiani che negli ultimi due anni hanno intrapreso diverse iniziative in questo senso.
Al contrario, le frodi online sono un fenomeno marginale stimabile nel solo 0,2% circa delle vendite.
A trainare il mercato nel 2008 è ancora il Turismo che cresce con un tasso superiore alla media. Molto bene anche il comparto dell'Abbigliamento dove vi sono alcune interessanti novità: iniziative nuove con modelli di business innovativi e l'ingresso di alcune grandi "griffe". Certo è un buon risultato, ma si può fare di più. Anzi, si deve fare di più se si vuole colmare il divario che ci separa dagli altri Paesi industrializzati. Con una crescita del 20%, allineata a quella dei principali Paesi europei, l'Italia rimane "indietro" agli altri, sia in termini di valore assoluto dell'eCommerce - l'Italia è un decimo della Gran Bretagna e un terzo della Francia - che in termini di penetrazione dell'eCommerce sul totale delle vendite ai consumatori finali (quasi 1% in Italia contro valori che vanno dal 3 al al 10% circa negli altri Paesi). Sono molte le motivazioni usualmente addotte: dai limiti strutturali dell'Italia - penetrazione di Internet e della banda larga, costi della logistica distributiva - alle attitudini degli Italiani - forte diffidenza verso l'utilizzo della carta di credito online, scarsa propensione all'acquisto a distanza - fino alla oggettiva difficoltà nel vendere online talune tipologie di prodotti. In questo quadro manca tuttavia, a nostro avviso, la motivazione principale. Un sistema dell'offerta con importanti "buchi", specialmente in alcune categorie merceologiche (abbigliamento, prodotti per la casa, auto e accessori, vino e gastronomia, ecc.), e che fatica a sfruttare sapientemente la multicanalità, in particolare tra canale online e canali fisici "tradizionali".
Da notare anche che la rilevanza del Web 2.0, attraverso la sua capacità di influenzare le opinioni e di conseguenza gli acquisti dei consumatori, è ormai riconosciuta da molti siti di eCommerce italiani che negli ultimi due anni hanno intrapreso diverse iniziative in questo senso.
Al contrario, le frodi online sono un fenomeno marginale stimabile nel solo 0,2% circa delle vendite.
Iscriviti a:
Post (Atom)





