sabato 21 aprile 2007

Rotture di stock nei punti vendita: potrebbe essere il personale e non la supply chain

Molto spesso i clienti non trovano nel punto vendita tutto quello che stavano cercando: in media le rotture di stock della grande distribuzione ammontano all'8% del fatturato.
E' evidente che ridurre questa inefficienza porterebbe ingenti benefici sia ai distributori che ai produttori.
L'approccio tradizionale al problema prevede il miglioramento dei processi di riordino e approvviggionamento e l'introduzione di nuovi sistemi informativi: uno dei principali driver di Wal-Mart nell'adozione della tecnologia RFId, ad esempio, è proprio la riduzione delle rotture di stock.
Uno studio appena pubblicato da alcuni ricercatori della famossima business school americana di Wharton (Retail Store Execution: An Empirical Study ), suggerisce invece un rimedio molto più tradizionale e meno costoso: migliorare la presenza in vendita e la formazione del personale di negozio.
Molto spesso infatti - argomentano i ricercatori - i prodotti sono presenti in negozio, ma i clienti non trovano nessuno a cui rivolgersi per chiedere informazioni sull'ubicazione di ciò che non trovano, su eventuali alternative, sulle caratteristiche ed i prezzi dei prodotti, ecc. Il mancato acquisto può quindi essere frutto di una rottura di stock più percepita che reale o un consiglio avrebbe potuto indirizzare il cliente verso un prodotto sostitutivo.
Lo studio analizza questa ipotesi tramite questionari ad un campione di clienti di alcuni punti vendita e verifica il miglioramento del fatturato che si ottiene incidendo sulla presenza in vendita del personale e sulla sua formazione su prodotti e prezzi.
E' da notare, inoltre, che aumentare la presenza in vendita non vuol dire necessariamente aumentare il personale: in alcuni casi può essere sufficiente adattare meglio i turni alle presenze dei clienti, in altri può essere necessaria una riorganizzazione delle attività.

martedì 17 aprile 2007

Arrivederci

Tra poche settimane uno dei nostri collaboratori lascerà l'azienda per intraprendere una nuova attività professionale.
Mi si intrecciano tre sentimenti parzialmente contrastanti.
Da una parte c'è il problema di trovare un sostituto, mandare avanti i progetti, fare il passaggio di consegne, non far percepire impatti negativi o ritardi ai clienti ...
E' l'aspetto razionale: la perdita di un collega valido e di esperienza crea scompensi ma esistono i meccanismi e gli strumenti per porvi rimedio; una cosa che fin dall'inizio ho imparato è che nel nostro lavoro nessuno è insostituibile, ci sarà per un po' da stringere i denti e fare qualche sforzo in più, fino a trovare un nuovo punto di equilibrio.

Poi c'è un po' di egoismo e sconforto: dopo due anni e mezzo di lavoro insieme, fatiche, insegnamenti, ecc., questa persona se ne va.
Ma veramente avrà un lavoro migliore? Vale la pena che io ricominci da capo per ottenere di nuovo tra un po' lo stesso risultato? O sarebbe meglio "chi fa da sè fa per tre".

Infine c'è anche l'orgoglio: una persona che, neolaureata, ha iniziato a lavorare con noi adesso ha raggiunto risultati e una maturità che le permettono di continuare per la sua strada.

Mentre riflettevo, mi si è affacciato un pensiero. Credo che egoismo ed orgoglio siano i sentimenti che provano i genitori quando i figli se ne vanno per la loro strada: i miei sono ancora troppo piccoli per cui non lo so ancora, ma sicuramente i colleghi li sento un po' figli. E purtroppo c'è quasi anche la differenza di età...
In ogni caso (figli veri e figli lavorativi) spero prevalga l'orgoglio sull'egoismo.

lunedì 9 aprile 2007

Un programmatore nello spazio o meno spazio ai programmatori

Da ieri Charles Simonyi è nello spazio come passeggero della Soyuz russa diretta alla stazione spaziale internazionale: http://www.charlesinspace.com .
Charles Simonyi è un programmatore d'eccezione: dal 1981 al 2002 ha lavorato in Microsoft, fino ad essere Direttore dello Sviluppo Applicativo, e grazie alla progettazione e realizzazione di molte versioni di Office (in particolare Word ed Excel) ha fatto la fortuna dell'azienda e sua, fino a potersi permettere di fare il turista spaziale (uno sfizio da 20 milioni di dollari).
E' meno noto che Charles Simonyi nel 2002 ha lasciato Microsoft per poter continuare le proprie ricerche nel campo della programmazione intenzionale, fondando una nuova azienda dal nome Intentional Software .
Intentional Software si propone l'ambizioso obiettivo di trasferire all'interno del software l'enorme sforzo di conoscenza che oggi resta confinato alle fasi di analisi e realizzazione ma che poi si disperde in quanto scarsamente documentato al di fuori dei sorgenti. Questo valore latente ed irrealizzato è normalmente conosciuto come software intent, cioè l'obiettivo che il sistema si propone di ottenere: da qui il nome dell'azienda.
Intentional Software sposta il focus dell'attività progettuale alla descrizione del dominio applicativo e degli obiettivi che con il sistema si intendono raggiungere, fase in cui più che i programmatori sono coinvolti gli utenti e gli esperti del settore; una volta definito il design, il codice potrà essere generato in automatico. Il processo, tra l'altro, può essere ripetuto iterativamente evitando che il codice diverga dal design iniziale facendolo diventare obsoleto.
Ad oggi Simonyi non ha ancora rilasciato un prodotto nè si sa quanto questo sia ancora lontano nel tempo, ma - oltre che dall'indubbia statura del personaggio - la bontà dell'approccio è dimostrata dal fatto che tra i (pochi) clienti della sua azienda vi siano nomi del calibro di Capgemini e Thoughtworks.