martedì 17 aprile 2007

Arrivederci

Tra poche settimane uno dei nostri collaboratori lascerà l'azienda per intraprendere una nuova attività professionale.
Mi si intrecciano tre sentimenti parzialmente contrastanti.
Da una parte c'è il problema di trovare un sostituto, mandare avanti i progetti, fare il passaggio di consegne, non far percepire impatti negativi o ritardi ai clienti ...
E' l'aspetto razionale: la perdita di un collega valido e di esperienza crea scompensi ma esistono i meccanismi e gli strumenti per porvi rimedio; una cosa che fin dall'inizio ho imparato è che nel nostro lavoro nessuno è insostituibile, ci sarà per un po' da stringere i denti e fare qualche sforzo in più, fino a trovare un nuovo punto di equilibrio.

Poi c'è un po' di egoismo e sconforto: dopo due anni e mezzo di lavoro insieme, fatiche, insegnamenti, ecc., questa persona se ne va.
Ma veramente avrà un lavoro migliore? Vale la pena che io ricominci da capo per ottenere di nuovo tra un po' lo stesso risultato? O sarebbe meglio "chi fa da sè fa per tre".

Infine c'è anche l'orgoglio: una persona che, neolaureata, ha iniziato a lavorare con noi adesso ha raggiunto risultati e una maturità che le permettono di continuare per la sua strada.

Mentre riflettevo, mi si è affacciato un pensiero. Credo che egoismo ed orgoglio siano i sentimenti che provano i genitori quando i figli se ne vanno per la loro strada: i miei sono ancora troppo piccoli per cui non lo so ancora, ma sicuramente i colleghi li sento un po' figli. E purtroppo c'è quasi anche la differenza di età...
In ogni caso (figli veri e figli lavorativi) spero prevalga l'orgoglio sull'egoismo.

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