venerdì 21 dicembre 2007
domenica 16 dicembre 2007
Social Marketing: l'input dei clienti permette alle aziende di creare valore?
In settimana è uscito un interessante articolo su questo tema, pubblicato dal sito della Wharton Business School.
Gli strumenti del cosiddetto Web 2.0 permettono ai clienti di comunicare tra loro in modo nuovo; le aziende devono decidere come comportarsi: ignorarli, cercare di integrarli, tuffarsi in questo nuovo mare dell'interattività.
I clienti vogliono sentirsi ascoltati, ed un canale che permetta di segnalare problemi e di capire il punto di vista dell'azienda può essere benefico per entrambi. Molte aziende, di conseguenza, hanno dato vita a blog in cui i post dei clienti vengono pubblicati e possono essere visti da tutti (non solo dal customer care interno).
L'interazione diretta con i clienti ha il duplice vantaggio di costituire un vero e proprio laboratorio di marketing, in cui capire obiettivi e problemi dei clienti, e di creare un'immagine
di apertura dell'azienda.
Il marketing virale, quello dei video in particolare, è un'ulteriore strumento di interazione; ma le aziende devono avere l'onestà e l'umiltà di permettere veramente ai propri clienti di esprimere le proprie opinioni: chi cerca di sfruttare lo strumento senza stabilire una vera comunicazione a due vie, viene criticato e ridicolizzato dagli utenti.
Nel momento in cui sempre più aziende si rivolgono al social maketing, uno dei temi più critici è diventato quello della misurazione del successo delle campagne: diventa necessaria una combinazione di metriche quantitative (pageview, link ai blog, sottoscrizioni ai siti, numero di commenti) e qualitative (contenuto e qualità dei commenti e dei contenuti generati dagli utenti).
sabato 8 dicembre 2007
Il mondo è (di nuovo) piatto

Questa settimana ho tenuto due lezioni nell'ambito di un corso di specializzazione post-diploma per tecnici sviluppatori software a cui sono iscritti una ventina di ragazzi (età media 20-22 anni).
Il feedback degli insegnanti nei due mesi di avvio del corso era abbastanza negativo: "svogliati, immaturi, pensano che lo stage al termine del corso costituisca il passaporto per entrare nel mondo del lavoro".
Dovendo parlare del perchè il software è speciale nell'introduzione all'architettura e all'ingegneria del software, ho fatto un excursus sulla globalizzazione e sull'impatto che essa ha sul mondo del lavoro, di oggi e soprattutto di domani: i concetti sono quelli espressi da Thomas L. Friedman nel suo ultimo libro "The World is Flat: The Globalized World in the Twenty-first Century".
Secondo Friedman, dopo la globalizzazione delle nazioni (da Colombo all'inizio dell'800) e quella delle aziende (dalla rivoluzione industriale a quella delle telecomunicazioni di fine 900), a partire dall'inizio di questo secolo siamo entrati nella Globalizzazione degli Individui che sta progressivamente rendendo piatto il mondo permettendo ad aziende e persone di competere alla pari e collaborare annullando le differenze derivanti dall'essere in paesi diversi.
Alla base di questa rivoluzione ci sono 10 forze, di cui la metà costituite da tecnologie software:
- la caduta del muro di Berlino nel 1989, evento iniziale dell'ingresso sulla scena economica mondiale di 2 miliardi di persone - abitanti in Cina e nei Paesi dell'Est - fino a quel momento esclusi;
- l'avvento di Internet come mezzo di comunicazione, rappresentato dall'IPO di Netscape nel 1995;
- la creazione di applicazioni software di workflow e di integrazione che permettono ai sistemi informativi di scambiarsi dati automaticamente;
- l'avvento degli User Generated Content (uploading): open source, Wikipedia, blog, ...;
- l'outsourcing: le aziende hanno imparato a suddividere prodotti e servizi in componenti che possono essere realizzati nel modo più efficiente e meno costoso;
- la delocalizzazione: produzione, servizi e altri componenti del business possono essere spostati dalle aziende nei paesi che offrono maggiori vantaggi competitivi in termini di costo, di regolamentazione e di disponibilità delle competenze;
- l'ottimizzazione della Supply Chain: la tecnologia permette di gestire ed ottimizzare i flussi di produzione, distribuzione e vendita in integrazione con clienti e fornitori;
- la creazione di aziende a rete (insourcing): fornitori specializzati prendono in carico intere attività di altre aziende (logistica, pagamenti, ...);
- la disponibilità illimitata di informazioni ad un click di distanza: Google e gli altri motori di ricerca;
- l'itensificazione di tutte le forze precedenti dovuta ad alcuni fattori chiave oggi in atto che si applicano praticamente ad ogni cosa: digital, mobile, virtual e personal.
In un Paese come l'Italia, riuscire a competere vuol dire due cose. Far sì che il proprio lavoro non sia trasferito in Cina, Romania o qualche altro Paese dal costo del lavoro molto più basso; far sì che non sparisca del tutto perchè automatizzato. Ciò è possibile solo a patto di sapersi adattare e saper localizzare ciò che è globale, essere in grado di orchestrare l'azienda a rete e di collaborare all'interno di essa, saper risolvere e anticipare i problemi, avere una preparazione scientifico-matematica che permette di analizzare e interpretare in modo sofisticato una mole di dati sempre crescente.
In particolare, la scuola dovrebbe insegnare ad imparare, a "navigare" per trovare le informazioni, a combinare arti e lettere, a stimolare creatività, curiosità e passione.
Friedman, pur nella consapevolezza dell'eccellenza americana, effettua un'analisi impietosa delle carenze degli Stati Uniti, che per l'Italia può solo essere moltiplicata per 10:
- basso livello nello studio di matematica e scienze,
- fuga dall'educazione specialistica,
- mancanza di ambizione,
- crisi dell'educazione di base,
- insufficienza di fondi per la ricerca,
- carenza delle infrastrutture di telecomunicazione.
Per concludere, cito l'interpretazione che dà Bill Gates della cosiddetta "Lotteria delle Ovaie": potendo scegliere se nascere genio alla periferia di Shanghai o Bombay o persona normale alla periferia New York, 30 anni fa era sicuramente preferibile la seconda ipotesi, oggi il talento fà miracoli indipendentemente dalla geografia.
domenica 2 dicembre 2007
Web 3.0: dal WWW al GGG
In un recentissimo post Tim Berners-Lee, prefigura la convergenza tra Web Semantico e Social Graph, cioè tra rete delle informazioni e rete delle persone.
Internet unisce i computer, il Web unisce i documenti, ma ciò che interessa veramente alle persone sono le informazioni contenute all'interno dei documenti: quest'ultimo concetto è ciò a cui normalmente ci si riferisce come web semantico.
In realtà, spesso e volentieri il contenuto dei documenti è riferito a persone (amici, colleghi, clienti, ...), in particolare all'interno dei siti che vanno a comporre il cosiddetto social network (facebook, linkedin, ...).
Anche in questo caso, ciò che conta non è la relazione tra i documenti all'interno dei siti ma la relazione tra le persone in essi rappresentata (all'insaputa dei sistemi); cioè il social network stesso o, come viene correntemente definito, il Social Graph.
Ed ecco quindi, nell'interpretazione di Berners-Lee, che il web semantico applicato alle relazioni tra individui diventa Social Graph: ciò che conta sono le relazioni tra persone, non quelle tra i documenti web di ciascuno all'interno dei vari siti.
Queste relazioni vanno a costituire un Gigante Grafo Globale (Giant Global Graph): dal WWW al GGG appunto.
domenica 25 novembre 2007
Conversazione 2.0
In sintesi: il web 2.0 disintermedia il rapporto tra brand e consumatori facendolo evolvere dal trasferimento di un messaggio, mediato dai professionisti del marketing e per lo più unidirezionale, all'instaurarsi di una vera e propria conversazione tra due attori entrambi sullo stesso piano.
Gli attributi chiave di questo nuovo social marketing sono:
- ibrido: cadono progressivamente le barriere tra i diversi player (produttore e consumatore, ...) e tra gli strumenti e i mezzi di comunicazione (mash-up);
- adattativo: conversazione implica il continuo modificarsi per adattarsi alle esigenze con la velocità messa a disposizione dai nuovi social media;
- trasparente: tutto è visibile a tutti, rinuncia alla privacy in cambio di maggiore informazione;
- aperto: chiunque può partecipare, il modo migliore per catturare i consumatori è aprirsi a loro;
- micro: la coda lunghe, le nicchie, i micro-universi sono gli infiniti target del nuovo marketing;
- social graph: ciò che conta sono le relazioni e le relazioni di relazioni di tutte le parti;
- istantaneo: tutto avviene e deve avvenire immediatamente.
domenica 18 novembre 2007
Mash-up
Dopo averlo letto un paio di volte, ho avuto un'illuminazione: questo è il vero mash-up!
Mash-up è uno dei concetti chiave del web 2.0: ciascuno può combinare liberamente informazioni e contenuti provenienti da diverse fonti per creare un proprio servizio o applicazione o, più in generale, per manipolare e arricchire contenuti. Normalmente si pensa ad elaborazioni di contenuti totalmente effettuate sul web, ma nulla vieta l'integrazione multicanale.
Nel marketing la multicanalità è sempre esistita, le campagne si avvalgono di un mix di mezzi (televisione, radio, stampa, affissioni, web); ma ecco che entra in campo la generazione dei contenuti dal basso e di colpo la multicanalità assume una nuova valenza: non solo, per citare ancora il post, ActValue sfrutta la radio per promuovere off-line un servizio on-line ma, soprattutto, questo fatto viene ripreso e commentato on-line sui blog.
venerdì 9 novembre 2007
I brand dal basso
I primi spot televisivi, ad esempio, non erano altro che i comunicati radiofonici letti da uno speaker di cui il video mostrava l'immagine; ci sono voluti molti anni per arrivare al formato attuale che sfrutta appieno il mezzo e nulla ha a che vedere con la radio.
Analogamente, la pubblicità su internet è in evoluzione.
E' interessante sottolineare che non è solo il formato o il contenuto dello spot a cambiare ma l'intera strategia commerciale: internet, infatti, non è solo un diverso mezzo di comunicazione attraverso cui veicolare contenuti defininiti centralmente, ma è soprattutto il primo mezzo veramente interattivo (Web 2.0 e User Generated Content sono i termini chiave) e individuale (Market of One e Long Tail).
L'interattività e il fenomeno dei social network stanno spingendo verso il marketing virale; l'individualità dà invece vita ad un altro fenomeno: quello dei brand bottom-up, o dal basso.
In un contesto di promozione commerciale tradizionale, la strategia di brand è costruita e veicolata a partire dall'alto curandone la declinazione sui diversi media con strategie di presenza. Per quanto riguarda internet, ciò si traduce nei portali e nelle home page. Il portale è (era) la piazza virtuale da cui gli utenti passano in gran numero e dove quindi possono vedere il banner ed essere catturati; la home page del sito è la porta d'ingresso dell'azienda, il contenitore, il luogo dove far arrivare i navigatori per presentare loro l'offerta, sperando che proseguano verso le pagine di dettaglio.
Poi è arrivata Google: la porta d'ingresso ad internet oggi è la (prima) pagina dei risultati della ricerca, di ciascuna singola dettagliata unica ricerca che ciascuno di noi fa. Da lì si accede direttamente ai contenuti, cioè alle pagine interne e specifiche dei siti, e non alle loro home page.
Esistono aziende il cui brand si è affermato perchè con coerenza e sistematicità i loro link compaiono ai primi posti nella pagina dei risultati, con tutto ciò che ne consegue, senza che gli internauti si preoccupino della home page (chi è l'azienda, cosa fa, perchè, ...).
Qualche esempio.
Wikipedia: i visitatori del sito vi arrivano normalmente dai risultati di una ricerca.
YouTube: la stessa cosa, ed il suo brand è talmente forte che Google ha pagato una fortuna per acquisirlo.
eBay: cercando con Google l'oggetto che si desidera si può poi arrivare direttamente alla pagina della vendita o dell'asta.
Google stessa: la home page con una semplice casella di ricerca non è certo quella del modello che si tendeva a realizzare nel web 1.0; non a caso le ricerche si fanno dalla barra di navigazione del browser o da widget installati sul pc senza che i motori se ne dispiacciano.
E allora, che cosa caratterizza questi e molti altri brand bottom-up? La soddisfazione dei bisogni singoli, particolari ed unici di migliaia o milioni di persone: si tratta di un insieme enorme di esperienze positive che concorrono alla definizione di un brand molto più dell'insegna posizionata sul grattacielo e visibile a chilometri di distanza.




