mercoledì 13 agosto 2008

Perchè il prezzo del petrolio e, soprattutto, quello della benzina sono così alti?

OPEC net oil export revenues for 1972-2007Image via Wikipedia

Qualche settimana fa wired.com ha pubblicato un articolo che cerca di riassumere e fare chiarezza sui reali motivi che stanno alla base degli altissimi prezzi della benzina (e del petrolio).


I diversi attori interessati, ovviamente, hanno punti di vista molto diversi:

  • Le compagnie petrolifere sostengono che il mercato è regolato dalla legge della domanda e dell'offerta nella sua forma più semplice
  • I loro sostenitori politici suggeriscono di aumentare l'offerta permettendo l'estrazione dai giacimenti delle aree costiere protette
  • I governi occidentali pensano che l'OPEC debba aumentare la produzione
  • L'Arabia Saudita e gli altri Paesi produttori sostengono che la loro produzione sia più che sufficiente e che siano le speculazioni occidentali sui future a mantenere alti i prezzi
  • A seconda dello schieramento politico e del Paese, i politici propongono di ridurre o di aumentare le tasse sulle società petrolifere

La realtà, già da qualche anno sotto gli occhi di chi avesse voluto verificarla, è che le grandi compagnie petrolifere approfittano di questo momento particolare per massimizzare i ricavi senza effettuare nuovi investimenti, né in R&S né in capacità produttiva e distributiva (raffinerie, ecc.). Exxon Mobil, ad es., in un anno di profitti record ha investito in esplorazione solo il 5,3% del proprio fatturato, la metà di quanto speso per ricomprare azioni proprie.

Il motivo di questi comportamenti è da ricercare in massima parte nel fatto che le grandi aziende petrolifere ritengono di essere vicine al massimo della curva di produzione: tra non molti anni (2020 ?) il loro fatturato inizierà a declinare per l'aumento dei costi della materia prima e per l'avvento di fonti energetiche sostitutive finalmente convenienti. Di conseguenza, esse puntano oggi a massimizzare i profitti nel breve termine invece che a creare opportunità di lungo respiro.

Per quanto riguarda il prezzo della benzina, poi, le compagnie hanno amplissimo margine di guadagno: il prezzo alla pompa è legato al prezzo spot corrente, cioè a quanto occorre pagare per acquistare benzina all'ingrosso sul mercato libero. Si tratta dell'ultimo prezzo e quindi la differenza legata agli effettivi costi dello stock può essere veramente grande.

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sabato 5 luglio 2008

Il 150° anniversario della teoria dell'evoluzione


Il 1 luglio 1858 è ricorso il 150° anniversario della prima pubblicazione della teoria dell'evoluzione da parte di Charles Darwin: quel giorno, infatti, fu letto alla Linnaean Society of London un paper scritto congiuntamente da Darwin e Wallace.
Wallace, oggi sconosciuto ai non addetti ai lavori, era un giovane scienziato che, parallelamente e indipendentemente da Darwin, era giunto ad alcune delle sue stesse conclusioni ed aveva inviato a Darwin un breve lavoro perchè lo rivedesse e lo raccomandasse.
Darwin da quasi 20 anni stava lavorando alla propria teoria e nel 1859 pubblicò, in una sintesi di un volume, il lavoro che ha per sempre cambiato la biologia moderna: On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life.

E' curioso che sia Darwin che Wallace danno credito a Malthus, un economista, dell'idea che sta alla base della selezione naturale: in Population, scritto nel 1798, Malthus osserva che l'aumento della popolazione è limitato dal fatto che in ogni generazione non tutti gli individui sopravvivono fino a riprodursi. In termini darwiniani ciò si traduce nella morte del debole e nella sopravvivenza del più adatto ("survival of the fittest").

Nè Darwin nè Wallace, però, avevano capito il meccanismo con cui le caratteristiche vincenti si trasmettono da una generazione all'altra: la spiegazione di questo fatto si deve a Mendel (un monaco Austriaco) che già nel 1856 aveva pubblicato il risultato dei suoi studi sull'ibridazione dei fagioli con la scoperta delle caratteristiche genetiche dominanti e recessive. Questo lavoro rimase però praticamente sconosciuto fino al 1900 quando fu riscoperto e correttamente considerato come la tessera mancante del puzzle darwiniano.

(Traduzione e sintesi da Randy Alfred, Wired) .

Zemanta Pixie

domenica 29 giugno 2008

La morte (prematura?) del metodo scientifico


"Il metodo scientifico è la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esso consiste, da una parte, nella raccolta di evidenza empirica e misurabile attraverso l'osservazione e l'esperimento; dall'altra, nella formulazione di ipotesi e teorie da sottoporre nuovamente al vaglio dell'esperimento" (http://it.wikipedia.org/wiki/Metodo_scientifico).

Ciclicamente qualcuno, di solito non uno scienziato, propone la sostituzione del metodo scientifico con qualcosa di nuovo. Oggi tocca a Chris Anderson, su Wired, con l'affermazione che è ormai possibile analizzare i dati - quantità enormi di dati - senza avere un modello di riferimento da validare ma, al contrario, cercando correlazioni e soluzioni partendo dal basso. Chi è il maggiore esponente di questo nuovo modus operandi? ovviamento Google con la sua enorme capacità di catalogazione e analisi.

La tesi di Anderson pecca un po' di ingenuità e rientra nel filone del superamento della scienza: non a caso ha dato vita ad un ampio dibattito.
La risposta più seria mi sembra quella del genetista John Timmer su Ars Technica: quello proposto da Anderson non è altro che un tipo particolare di modello data-intensive che cerca di trovare correlazioni sfruttando l'enorme capacità di calcolo oggi disponibile; insomma, l'analisi bottom-up si affianca, ma non si sostituisce certo, a quella top-down.

lunedì 23 giugno 2008

Googlebombing e Googlecleaning


Ormai non è una novità: internet è uno strumento fondamentale per la campagna elettorale americana; ciascun candidato ha una forte presenza online e supporter più o meno corretti compiono azioni di disturbo.
L'ultima notizia, di ieri, è è il googlebombing ai danni di John McCain: la pagina dei risultati di ricerca dà risalto a 9 articoli estremamente negativi pr il senatore in un meccanismo di feedback che sfrutta le regole di funzionamento del motore di ricerca (Blogger Launches 'Google Bomb' At McCain ).

Il googlebombing non è certo una novità in politica: nel 2004 ne è stato vittima anche Berlusconi; la campagna elettorale americana, però, può essere considerata una versione potenziata ed accelerata di una campagna marketing normale (tempi più ristretti, budget maggiori, brand da costruire a partire da zero o quasi): quello che vediamo succedere qui, domani diventerà strumento per i prodotti consumer.

Ed ecco, allora, che il googlebombing ed il suo contrario googlecleaning (far sparire dalle prime pagine dei risultati del motore di ricerca le notizie "scomode" sopravanzandole con link a siti favorevoli) entrano a far parte delle tecniche standard di marketing.
Anche in Italia e non solo in America: ce ne stiamo accorgendo nell'attività quotidiana.

domenica 15 giugno 2008

200 $ al barile


Il petrolio aumenta quasi ogni giorno. La benzina e il gasolio ancora di più spesso ...

I costi di trasporto, ma anche quelli di produzione, salgono alle stelle: qual'è l'impatto sulle aziende?

Produttività ed efficienza delle aziende italiane sono mediamente piuttosto basse: in linea teorica ci sarebbe quindi ampio spazio per compensare l'aumento dei costi di trasporto e delle materie prime mediante la riduzione di altre inefficienze. In pratica, però, le cose sono ben diverse.

Il deficit di produttività deriva dalla scarsa cultura organizzativa, dalla mancanza di sistemi informativi in grado di automatizzare e razionalizzare i processi, dall'assenza di strumenti di valutazione e di gestione manageriale. Sono tutti aspetti che richiedono tempi lunghi perchè progetti di innovazione possano ottenere risultati; e quel che è peggio, richiedono anche investimenti, cioè ulteriori costi.

Rischia quindi di prodursi una spirale negativa: i costi aumentano, ma perchè nel medio - lungo possano diminuire nel breve dovrebbero aumentare ancora di più: i soldi non ci sono e quindi nulla si riesce a fare ...


La teoria del project management vuole che in qualunque progetto, soprattutto se di lungo respiro, si debbano prevedere iniziative immediate che nel minimo tempo possibile siano in grado di portare risultati e benefici con cui finanziare l'intero programma: in gergo si chiamano quick wins.

E allora, quali possono essere i quick wins delle aziende strette nella morsa dei costi crescenti di produzione e distribuzione?

Ovviamente, non esiste la ricetta valida per tutti nè la bacchetta magica per metterla in pratica, ma praticamente sempre l'area logistica è quella più malmessa: unito al fatto che oggi è anche quella in cui i costi crescono maggiormente, ne fà il candidato naturale per la ricerca di "facili" economie:


  • razionalizzazione dei trasporti

  • riduzione degli stock

  • riduzione delle differenze inventariali

  • aumento del livello di servizio ai clienti, con la conseguente riduzione delle inefficienze legate alla gestione delle non coformità (resi, rimborsi, contestazioni, rilavorazioni, ...)

domenica 8 giugno 2008

WearIT@Work


Questa settimana ho partecipato per la prima volta ad un meeting del progetto di ricerca WearITatWork finanziato dall'Unione Europea a cui ActValue partecipa.

Il tema del progetto è il wearable computing e, dopo quasi 4 anni di attività, il progetto ha prodotto prototipi HW e SW in varie aree: produzione e manutenzione industriale, sanità, emergenza e soccorso. Nel nostro piccolo, abbiamo realizzato un'applicazione pre-commerciale a cavallo tra wearable e mobile per la prevenzione ed il monitoraggio degli incendi.


Al meeting erano presenti oltre 50 persone di diversi Paesi, per la maggior parte impegnate nella Ricerca & Sviluppo, qualche universitario e una minoranza di professionisti normalmente più vicini all'utente finale (tra i quali mi annovero).


Le considerazioni che posso trarre da questa esperienza, che spero di poter ripetere, sono diverse:


  • La ricerca è lunga e difficile: dopo quasi 4 anni, gli hardware realizzati (sensori, display, ...) sono ancora niente più che prototipi; alcuni di essi verranno ingegnerizzati dalle singole aziende e, tra un paio di anni almeno, potranno trovare applicazione commerciale.

  • Nel campo del software, invece, 4 anni sono un'era geologica e tutto è cambiato: in particolare ho avuto l'impressione che il modello collaborativo adottato per lo sviluppo sia ampiamente sorpassato da quello open source, affermatosi più di recente rispetto all'idezione del progetto.

  • Obiettivi ed interessi di chi vive essenzialmente di ricerca e di chi invece opera sul mercato commerciale sono molto diversi, difficilmente compatibili e spesso vi sono anche problemi di comunicabilità; il confronto e la collaborazione credo sia però fondamentale per entrambi gli schieramenti: una parte può imparare un po' di concretezza e time-to-market, mentre l'altra ha bisogno di vision e lungo respiro.

  • Dei 39 partner di progetto, 7 sono italiani: mi sembra una buona partecipazione per la nostra bistrattata R&S (manca però completamente la presenza universitaria); e sicuramente l'obiettivo della UE di creare relazioni tra persone / aziende dei diversi Paesi è centrato.

domenica 1 giugno 2008

PR 2.0


TechCrunch ha pubblicato un lungo articolo dal titolo PR Secrets for Startups, che cerca di spiegare come, grazie ai social network, è cambiato il modo di fare public relations per le aziende; anzi, più precisamente, per le startup, cioè per le piccole aziende che non possono contare su nomi e marchi famosi che di per sè attirano l'attenzione dei media.


Una volta c'era il comunicato stampa: lo strumento di un mondo in cui la comunicazione è unidirezionale, dai media verso il pubblico. Nel web 2.0 dello user generated content, il comunicato deve diventare conversazione: PR vuol dire coltivare la relazione e creare le conversazioni (ognuna almeno parzialmente diversa dall'altra) tra azienda e generatori dei contenuti. E questi ultimi non sono solo i giornalisti, ma anche i blogger.


Tra i vari consigli offerti dall'autore (Brian Solis, principal di FutureWorks) ne cito due che mi hanno particolarmente colpito:


  • Marketing = partecipazione. Non si può costruire a tavolino una campagna, ma bisogna metterci direttamente la faccia, sia nel mondo reale che in quello online: solo così si creano vere relazioni che permettono di aumentare il valore del brand ed il suo capitale sociale.

  • La relazione con i blogger permette di raggiungere non solo il top delle fonti ma anche il mezzo. Nel mondo fisico, per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, è necessario concentrarsi sul 20% che produce l'80% (la ben nota curva ABC), ma il web è l'universo della coda lunga: creare relazioni con i blogger che costituiscono la fascia B della curva è la porta d'ingresso, appunto, di tutta la coda lunga.