Business Week ha appena pubblicato un articolo sull'evoluzione della R&S delle grandi aziende verso modelli collaborativi che permettono di condividere costi, rischi e - soprattutto - risultati.
In alcuni settori è quasi una necessità.
Nella produzione dei chip i costi di R&S crescono del 12% all'anno e i ricavi del 6%: quasi solo Intel è ancora in grado di fare tutto da sola. IBM ha creato un'alleanza con aziende e università per condurre ricerca e innovazione in questo settore, da sempre considerato strategico.
In campo farmaceutico esistono consorzi che si occupano della ricerca di base; le aziende che ne fanno parte ritornano ad essere cocorrenti quando si tratta di tradurre i risultati in prodotti.
Nel software, Eclipse (una piattaforma di sviluppo seconda nell'utilizzo solo ai tool di Microsoft) e AppExchange (l'ambiente collaborativo creato da Salesforce.com) sono solo due esempi di iniziative analoghe.
E' comunque chiaro che la gestione di reti collaborative di partner per l'innovazione è tutt'altro che semplice: il primo ostacolo è il superamento della sindrome NIH (not invented here) tipica della cultura delle grandi aziende.
Ci sono poi i problemi legati all'integrazione di culture aziendali diverse, la necessità di una chiara definizione di obiettivi e responsabilità, il tema della proprietà intellettuale.
Non tutte le iniziative hanno avuto successo e portato i risultati sperati, e per molte aziende la strategia dell'innovazione a porte aperte è ancora un concetto nuovo ed estremamente rischioso.
In ogni caso, è almeno un'opzione da considerare e impossibile da ignorare.

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