sabato 26 gennaio 2008

Cyber - Terrorismo


Questa settimana due notizie inquietanti:


  1. Secondo la CIA "al di fuori degli Stati Uniti"vi sono stati numerosi attacchi via internet ad aziende energetiche e utilities. Alle intrusioni sono seguite richieste di estorsione e in almeno un caso il sabotaggio ai sistemi informativi degli impianti ha causato il blackout di diverse città. Da Information Week.

  2. A circa 7 mesi di distanza dall'attacco Denial of Service che aveva reso irraggiungibili i principali siti internet del paese, la magistratura Estone ha individuato il colpevole: si tratta di uno studente di 20 anni, che apparentemente agiva da solo, e non degli eredi russi del KGB (la causa scatenante era la protesta dei russi e degli estoni di origine russa contro la rimozione di una statua). Da Ars Technica.

Non si tratta di un videogioco, ma della realtà.


Purtroppo chi è nei posti chiave di governo e di controllo della sicurezza non ha l'età da videogiochi e non ha ancora capito l'entità dei rischi.

sabato 19 gennaio 2008

Verso l'estinzione dei dinosauri?


Due brevi articoli che apparentemente non hanno punti in comune mi hanno colpito.

Influx ragiona sul cambiamento radicale che le direzioni Marketing aziendali dovranno affrontare per gestire la partecipazione dei clienti ed il dialogo con loro: BBC News, ad esempio, riceve fino a 10.000 - 20.000 messaggi ed email giorno, e ciò non rappresenta che l'1% dell'audience. Si tratta sicuramente di un caso limite, ma quante aziende rischiano di danneggiare la propria reputazione perchè non hanno gli strumenti e le strutture per affrontare il nuovo modello partecipativo reso possibile da internet?

NorthxEast, invece, descrive come i blogger possono utilizzare i social network per aumentare la visibilità del proprio prodotto (il blog) e la partecipazione dei propri clienti (i lettori).


Mi sembra il ripetersi dell'evoluzione: i dinosauri faticano ad adattarsi alle mutate condizioni climatiche, mentre nuove forme animali più piccole ed agili irrompono sulla scena e la occupano.

sabato 12 gennaio 2008

Morte annunciata della Direzione IT



Secondo Nicholas Carr, nel suo nuovo libro The Big Switch: Rewiring the World from Edison to Google, all'interno delle aziende la sorte della Direzione IT è segnata: a decretarne la fine sarà la progressiva migrazione verso l'utility computing.

Carr è già noto per questo genere di giudizi negativi nei confronti dell'ICT: nel 2003 ha pubblicato sull'Harvard Business Review un controverso articolo dal titolo "Does IT Matter" in cui si sostiene che gli investimenti IT non danno vantaggio strategico in quanto non appena un'azienda adotta una nuova tecnologia, i concorrenti fanno la stessa cosa. Ne è seguito un lungo dibattito e, in particolare, numerose e dettagliate confutazioni da parte delle principali aziende IT.

In questo nuovo libro Carr torna all'attacco: alcuni degli argomenti a favore della sua tesi sono sicuramente corretti, ma la realtà (e soprattutto il futuro) sono più complicati e vari della sua tesi un po' semplicistica. Almeno, questo è quello che si può evincere leggendo la recensione del libro e l'intervista all'autore pubblicate da NetworkWorld.




Carr, infatti, paragona il futuro dell'IT a ciò che all'inizio del '900 è successo nel mondo industriale relativamente alla generazione di energia elettrica. I grandi impianti industriali erano dotati ciascuno della propria centrale elettrica: queste sono state progressivamente e velocemente sostituite dalle forniture delle grandi utilities specializzate.


Secondo Carr la stessa cosa succederà nell'IT dove servizi di utility computing saranno erogati tramite la rete: con una sola persona ciascuna azienda potrà controllare i flussi evitando onerose e complesse gestioni interne (a partire da quella di data center che consumano tanta energia quanto una piccola città).




Sicuramente esistono diversi driver che spingono in questa direzione (Carr cita i sistemi di storage e l'erogazione di applicazioni tramite internet, ma dimentica ad esempio la virtualizzazione) ed alcune aziende come Google e Salesforce.com possono essere considerate precursori e leader dell'utility computing, così come è indubbiamente in atto uno spostamento dal modello Client-Server a quello Web-Based.




Dove probabilmente Carr pecca, è nel predire la morte del lavoro degli informatici che, secondo lui, sopravviveranno unicamente all'interno delle nuove utilities tecnologiche. In realtà, l'ICT è talmente pervasivo ed importante per il business delle aziende che ben difficilmente è destinato ad essere completamente terziarizzato; quello che è certo è che la Direzione IT, dopo l'era del Mainframe e quella dei PC, sta affrontando un nuovo radicale cambiamento.

venerdì 4 gennaio 2008

La coda lunga della pubblicità


L'ormai famoso concetto della coda lunga di Chris Anderson non si applica unicamente a prodotti e contenuti digitali, ma anche alla comunicazione pubblicitaria che sostiene e definisce un brand.
In The Elongating Tail of Brand Communication Mohammed Iqbal argomenta che utilizzare un unico messaggio a supporto della definizione di un brand, cercando di prevedere a priori quale sarà quello meglio ricevuto dal target dei consumatori, è ormai un anacronismo: a fianco del messaggio principale (a cui comunque riservare le maggiori risorse economiche) è possibile presentare tanti altri messaggi ognuno dei quali può trovare la sua nicchia grazie al costo molto basso degli strumenti di marketing web, in particolare quelli virali.


L'attività dei professionisti della comunicazione si deve quindi parzialmente trasformare: invece di filtrare a priori i possibili messaggi sulla base di una predizione del marcato di riferimento, diventa necessario misurare l'accoglienza dei tanti messaggi e velocemente agire, canalizzando maggiori risorse verso i messaggi che hanno più successo. Senza però eliminare quelli che incontrano il favore solo di una minoranza destinati a popolare la coda.


Dal controllo, quindi, all'indirizzo: i professionisti dell'advertising e della comunicazione perdono il potere di decidere che cosa mostrare e quando (su internet i video virali e non, ad esempio, hanno vita di molto superiore alla durata di una campagna pubblicitaria) e possono solo indirizzare e guidare i consumatori.

venerdì 21 dicembre 2007

domenica 16 dicembre 2007

Social Marketing: l'input dei clienti permette alle aziende di creare valore?

In settimana è uscito un interessante articolo su questo tema, pubblicato dal sito della Wharton Business School.

Gli strumenti del cosiddetto Web 2.0 permettono ai clienti di comunicare tra loro in modo nuovo; le aziende devono decidere come comportarsi: ignorarli, cercare di integrarli, tuffarsi in questo nuovo mare dell'interattività.

I clienti vogliono sentirsi ascoltati, ed un canale che permetta di segnalare problemi e di capire il punto di vista dell'azienda può essere benefico per entrambi. Molte aziende, di conseguenza, hanno dato vita a blog in cui i post dei clienti vengono pubblicati e possono essere visti da tutti (non solo dal customer care interno).

L'interazione diretta con i clienti ha il duplice vantaggio di costituire un vero e proprio laboratorio di marketing, in cui capire obiettivi e problemi dei clienti, e di creare un'immagine
di apertura dell'azienda.

Il marketing virale, quello dei video in particolare, è un'ulteriore strumento di interazione; ma le aziende devono avere l'onestà e l'umiltà di permettere veramente ai propri clienti di esprimere le proprie opinioni: chi cerca di sfruttare lo strumento senza stabilire una vera comunicazione a due vie, viene criticato e ridicolizzato dagli utenti.

Nel momento in cui sempre più aziende si rivolgono al social maketing, uno dei temi più critici è diventato quello della misurazione del successo delle campagne: diventa necessaria una combinazione di metriche quantitative (pageview, link ai blog, sottoscrizioni ai siti, numero di commenti) e qualitative (contenuto e qualità dei commenti e dei contenuti generati dagli utenti).

sabato 8 dicembre 2007

Il mondo è (di nuovo) piatto



Questa settimana ho tenuto due lezioni nell'ambito di un corso di specializzazione post-diploma per tecnici sviluppatori software a cui sono iscritti una ventina di ragazzi (età media 20-22 anni).
Il feedback degli insegnanti nei due mesi di avvio del corso era abbastanza negativo: "svogliati, immaturi, pensano che lo stage al termine del corso costituisca il passaporto per entrare nel mondo del lavoro".
Dovendo parlare del perchè il software è speciale nell'introduzione all'architettura e all'ingegneria del software, ho fatto un excursus sulla globalizzazione e sull'impatto che essa ha sul mondo del lavoro, di oggi e soprattutto di domani: i concetti sono quelli espressi da Thomas L. Friedman nel suo ultimo libro "The World is Flat: The Globalized World in the Twenty-first Century".

Secondo Friedman, dopo la globalizzazione delle nazioni (da Colombo all'inizio dell'800) e quella delle aziende (dalla rivoluzione industriale a quella delle telecomunicazioni di fine 900), a partire dall'inizio di questo secolo siamo entrati nella Globalizzazione degli Individui che sta progressivamente rendendo piatto il mondo permettendo ad aziende e persone di competere alla pari e collaborare annullando le differenze derivanti dall'essere in paesi diversi.

Alla base di questa rivoluzione ci sono 10 forze, di cui la metà costituite da tecnologie software:

  • la caduta del muro di Berlino nel 1989, evento iniziale dell'ingresso sulla scena economica mondiale di 2 miliardi di persone - abitanti in Cina e nei Paesi dell'Est - fino a quel momento esclusi;
  • l'avvento di Internet come mezzo di comunicazione, rappresentato dall'IPO di Netscape nel 1995;
  • la creazione di applicazioni software di workflow e di integrazione che permettono ai sistemi informativi di scambiarsi dati automaticamente;
  • l'avvento degli User Generated Content (uploading): open source, Wikipedia, blog, ...;
  • l'outsourcing: le aziende hanno imparato a suddividere prodotti e servizi in componenti che possono essere realizzati nel modo più efficiente e meno costoso;
  • la delocalizzazione: produzione, servizi e altri componenti del business possono essere spostati dalle aziende nei paesi che offrono maggiori vantaggi competitivi in termini di costo, di regolamentazione e di disponibilità delle competenze;
  • l'ottimizzazione della Supply Chain: la tecnologia permette di gestire ed ottimizzare i flussi di produzione, distribuzione e vendita in integrazione con clienti e fornitori;
  • la creazione di aziende a rete (insourcing): fornitori specializzati prendono in carico intere attività di altre aziende (logistica, pagamenti, ...);
  • la disponibilità illimitata di informazioni ad un click di distanza: Google e gli altri motori di ricerca;
  • l'itensificazione di tutte le forze precedenti dovuta ad alcuni fattori chiave oggi in atto che si applicano praticamente ad ogni cosa: digital, mobile, virtual e personal.

In un Paese come l'Italia, riuscire a competere vuol dire due cose. Far sì che il proprio lavoro non sia trasferito in Cina, Romania o qualche altro Paese dal costo del lavoro molto più basso; far sì che non sparisca del tutto perchè automatizzato. Ciò è possibile solo a patto di sapersi adattare e saper localizzare ciò che è globale, essere in grado di orchestrare l'azienda a rete e di collaborare all'interno di essa, saper risolvere e anticipare i problemi, avere una preparazione scientifico-matematica che permette di analizzare e interpretare in modo sofisticato una mole di dati sempre crescente.

In particolare, la scuola dovrebbe insegnare ad imparare, a "navigare" per trovare le informazioni, a combinare arti e lettere, a stimolare creatività, curiosità e passione.

Friedman, pur nella consapevolezza dell'eccellenza americana, effettua un'analisi impietosa delle carenze degli Stati Uniti, che per l'Italia può solo essere moltiplicata per 10:

  • basso livello nello studio di matematica e scienze,
  • fuga dall'educazione specialistica,
  • mancanza di ambizione,
  • crisi dell'educazione di base,
  • insufficienza di fondi per la ricerca,
  • carenza delle infrastrutture di telecomunicazione.

Per concludere, cito l'interpretazione che dà Bill Gates della cosiddetta "Lotteria delle Ovaie": potendo scegliere se nascere genio alla periferia di Shanghai o Bombay o persona normale alla periferia New York, 30 anni fa era sicuramente preferibile la seconda ipotesi, oggi il talento fà miracoli indipendentemente dalla geografia.